PAGINA APERTA

a cura della Pro-Loco di Cetona

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Le polemiche dopo…

 

Il periodo di recessione economica non guarda in faccia, o meglio: si salva chi può.

I numeri delle statistiche sono impietosi soprattutto quando è tempo di valutare le situazioni. In questo periodo i giornali anticipano la meteorologia dei flussi turistici, di quanti andranno o rinunceranno alle agognate vacanze estive. Gli operatori del settore sono pronti ad adeguarsi alla situazione. Probabilmente si lamenteranno comunque anche se la flessione rientrerà nei parametri fisiologici e nonostante molti italiani faranno debiti pur di “stravaccarsi” lungo le rinomate spiagge tirreniche o adriatiche.

Chi scrive non è un analista ne un policy-makers, che può suggerire strategie per attuare lo sviluppo del territorio in chiave economica, ma semplicemente un Presidente della Pro Loco di uno dei non tanti paesi dell’entroterra toscano appena fuori dalle principali direttrici stradali e ferroviarie. Coloro che percorrono queste direttrici, soprattutto nel periodo estivo, non contraddicono mai l’assunto che la “bellezza sta nell’occhio di chi guarda”. Ecco che allora quegli strani cartelli dalle giuste dimensioni appesi all’ingresso di Cetona sono il segnale del punto di arrivo da parte di coloro che di quella “bellezza”  ne hanno fatto una scelta di vita. In altre parole siamo dei privilegiati: Cetona appartiene ai “Borghi più belli d’Italia” ed ha la Bandiera Arancione, il marchio destinato alle località che soddisfano criteri di analisi connessi allo sviluppo di un turismo di qualità, che tende a valorizzare il patrimonio culturale e ambientale, la cultura dell’ospitalità, la qualità della ricettività, della ristorazione e dei prodotti tipici.

Senza rendercene conto abbiamo superato l’esame con tanto di visita anonima in loco per ottenere delle ottime referenze sui fattori di attrazione turistica (particolarità storiche, culturali e ambientali, prodotti tipici enogastronomici e artigianali); l’accoglienza (servizi di informazione turistica, segnaletica, accessibilità al luogo, frequenza dei mezzi di trasporto, possibilità di spostamenti interni); sostenibilità e qualità ambientale (verde, acqua, aria, energia, rumore, rifiuti); valutazione qualitativa (immagine e atmosfera della località, arredo urbano, ospitalità e cordialità, tradizioni); servizi ricettivi e complementari (alberghi, ostelli, agriturismi, B&B, ristoranti e locande). Abbiamo superato tutto questo esame così complesso e attribuiamo a “noi stessi” le cause di una crisi economica locale? Ma per cortesia! Vediamo di tener lustro e ben in vista l’attestato che ci distingue e concentriamoci su quello che è nostro dovere. Le nostre locande, osterie, ristoranti, agriturismi, bar e negozi sono la dimostrazione, insieme all’ambiente, di quell’Italia minore che rappresenta al meglio i segni indelebili del luogo incontaminato dallo sviluppo selvaggio e dalla modernità a tutti i costi.

Ci sono milioni di persone che percorrono l’Europa per trovare quelle atmosfere, quegli odori e quei sapori che fanno diventare “realtà” la tipicità di un modello di vita che vale la pena di “gustare” con tutti i sensi. Vogliamo deludere gli avventori (pochi o tanti) che raggiungeranno Cetona?

                                                                                               Massimo Mercanti

 

 

 

Resistere, resistere, resistere…

 

Negli anni ’80 in seno alla maggioranza del Consiglio Comunale di Cetona c’era un assessore in  età avanzata, non privo di esperienza politico-amministrativa,  che nelle sedute consiliari, dopo aver ascoltato gli interventi all’ordine del giorno, se ne usciva con una battuta che non veniva mai messa a verbale: “mi è preso freddo ai piedi…arriviamo al sodo!”.

Scommetto che a distanza di anni, se fosse ancora seduto nella Sala Consiliare del Comune di Cetona, dopo aver ascoltato l’intervento del capogruppo di minoranza su quello che di recente è diventato un esposto al Ministro delle Infrastrutture, al Prefetto di Siena e al Procuratore della Repubblica di Montepulciano, il nostro Amministratore non avrebbe deluso le attese…e la battuta ancora una volta, seppur su cose serie, sarebbe risuonata nelle volte affrescate tra le risate degli astanti.

Per la cronaca, sto parlando della “pericolosa situazione venutasi a creare” a seguito della nuova regolamentazione del traffico (istituita nel 2005 sic!) in accesso al Centro storico di Cetona dopo che Piazza Garibaldi, con la nuova pavimentazione, è divenuta isola pedonale.

Dopo le soluzioni sperimentali, allo stato delle cose, chi entra in Piazza Garibaldi pensa di essere in un fumetto con tutti i cartelli di avviso per chi incautamente si avvicina al famoso deposito di Zio Paperone. Pertanto dopo una serie di cartelli indicanti l’isola pedonale ecco le frecce che dettano il percorso da seguire per il centro storico. Basta alzare lo sguardo per vedere che il limite di velocità è ridotto a 5 km/h per il “pericoloso” doppio senso di circolazione e che l’accesso è interdetto ai carichi superiori a 2,5 tonnellate i quali (per necessità di lavoro e dei commercianti presenti sulla Piazza) possono transitare direttamente per Piazza Garibaldi nelle previste fasce orarie. Sui due lati corti del lungo rettangolo della Piazza ci sono i 5+4 posteggi a orario (oltre ai 4+4 di Piazza S. Michele Arcangelo e Piazza Balestrieri) per gli irriducibili avventori (dei soli bar?) che andrebbero in auto anche al gabinetto pur di rendersi la vita facile, dopo che magari sono stati vessati e umiliati come cittadini e automobilisti in altri paesi e città (ammesso che con i loro SUV o berline si siano avventurati lungo i centri più o meno storici limitrofi a Cetona). Dove sta quindi il problema? Nella ristrettezza stradale in alcuni punti del percorso che mette a rischio l’incolumità dei pedoni o gli specchietti degli stessi automobilisti? Da sempre chi transita verso via Ricasoli, nella parte alta del paese, ad intasare con le auto (poche o molte che siano) la piazzetta della Collegiata mette a repentaglio l’altrui incolumità. Mettiamo dei semafori così con il gioco di luci potremmo ravvivare le ombre del luogo.

Battute a parte, in realtà il problema è che nella qualsivoglia “ristrettezza” non si vuol comprendere, e quindi accettare, che Piazza Garibaldi non può tornare ad essere il parcheggio permanente di molti cetonesi ma soprattutto dei commercianti in “crisi” (le cui cause sono da ricercare in ben altre problematiche) che vorrebbero veder ancora transitare e fermare le auto davanti al proprio negozio. Il problema è che a Cetona si fanno troppe chiacchiere da bar (dall’alba a notte inoltrata) e dove nella sede adeguata non si avanzano serie proposte ma solo “proteste formali” (quando ci si presta ad essere usati come opposizione) senza aver a cuore o conoscenza delle vere esigenze e problematiche del luogo. I centri storici di paesi medievali e arroccati sulle colline presentano di per sé difficoltà oggettive di adeguamento alle moderne esigenze viarie. Per quello di Cetona l’Amministrazione Comunale sta dando delle risposte e soluzioni tra mille difficoltà, per ultimo, con la prossima costruzione di un parcheggio multipiano di oltre 3 milioni di euro. Basta e avanza anche per chi pur non avendo “freddo ai piedi” fa calare il gelo su chiunque abbia un minimo di responsabilità e veramente a cuore le sorti di questo paese.

                                                                                                                                         Massimo Mercanti

 

 

Questione di tempi…ferroviari

Mettiamola così: la linea ferroviaria Alta Velocità Napoli-Roma-Firenze-Bologna-Milano quando sarà a regime non potrà tener conto delle stazioni intermedie come quella di Orte, Orvieto, Chiusi e Arezzo. Se ci limitiamo alla nostra zona, chi proviene dal sud per fare le cure termali a Chianciano o dal nord per scoprire una toscana “minore” sempre più apprezzata, dovrà scendere dai treni EuroStar a Roma o Firenze e proseguire con gli Intercity. Impensabile dopo aver viaggiato a 300 km orari sugli ES sedersi sulle carrozze di un regionale per raggiungere da Firenze o da Roma la stazione di Chiusi. Tempi di percorrenza media circa due ore. Quindi il problema è rendere possibile un collegamento “adeguato”, direi rapido ed efficiente, nella direttrice Roma-Firenze, con la stazione di Chiusi. Attualmente ci sono diversi treni Intercity che collegano Chiusi con Roma e Firenze (tempi di percorrenza con fermate intermedie 80 minuti) L’attuale politica dell’Alta Velocità determina la soppressione di alcuni treni danneggiando economicamente i territori della Valdichiana? Probabilmente è un modo come altri, da parte del management, per batter cassa alle Regioni interessate, che ovviamente se avranno “potere politico” o soldi riusciranno in qualche modo a sistemare le cose (si fa per dire) fino al prossimo cambio di orario. Intanto, il miglioramento della gestione, secondo il bilancio delle Ferrovie, è stato accompagnato da una razionalizzazione dell’offerta che ha ridotto i costi attraverso la modifica di orari, la revisione delle fermate e di alcune tratte, la riduzione di alcuni treni di scarsa frequentazione. Sarà difficile, nel seguito, invertire la tendenza. Chi ne fa le spese sono pertanto i pendolari, i nostri turisti e i passeggeri in genere, oltre al fatto che il traffico stradale con tutte le problematiche connesse aumenta. E allora? Allora se il turismo, e non solo, per la nostra zona abbisogna di servizi rapidi ed efficienti facciamo “impresa” e mettiamo “noi” i treni sui binari per contrastare il monopolio di Trenitalia Spa e i suoi manager della Political Economy. Un conto sono le infrastrutture e gli investimenti nella rete ferroviaria che ovviamente devono investire Comuni, Province, Regioni e Ministero e l’altro è la capacità di dare servizi di crescente qualità alla clientela. Perché non avere libero accesso all’infrastruttura come le direttive europee prevedono? Un treno (come il Minuetto acquistato anche da LFI, GTT e Trentino Trasporti, tanto per fare un esempio) gestito privatamente che decide l'orario e il percorso tra una città e l’altra: un treno “su misura” (come pubblicizza le Ferrovie dello Stato) che unisca i nodi dell’Alta Velocità, disponibile per le esigenze dei viaggiatori in transito tra Roma e Firenze. Nel trasporto locale le regioni hanno già il contratto di servizio, ovvero, la regione paga il vettore per fare il servizio. Estendiamo il contratto di servizio a livello “interregionale” abbattendo l’attuale monopolio di Trenitalia. Il mercato è stato liberalizzato e già sono presenti operatori privati nel trasporto delle merci, perché non vedere in prospettiva un trasporto “civile” e degno per la nostra zona?

                                                                                  Massimo Mercanti

 

 

Fausta Ottolini: un messaggio artistico che illumina…

L’idea della Donna nell’evanescenza della sua femminilità è un pensiero costante dell’uomo. A volte è una persecuzione visiva nei giganteschi cartelloni pubblicitari che sovrastano le strade del suo quotidiano. Altre volte è solo angoscia per una mancanza, una privazione, un desiderio inespresso di un suo possesso. L’universo Donna è troppo vasto per poterlo condensare in un pensiero, per metterlo a fuoco nelle sue infinite galassie. Per un uomo l’idea di “quella Donna” e non un altra è come scegliere un sentiero da percorrere nella foresta delle recondite armonie. Inoltrarsi e seguire le insidiose vie della percezione e del desiderio nell’intrepida convinzione che si può raggiungere la meta della serenità solo se si è capaci di conquistare l’altura che sovrasta le infinite angosce. Nulla è più vero se si percorrono le vie artistiche, se per comprendere ci rivolgiamo all’arte. Ed è subito illuminazione: raggiungere l’idea della “sacralità della Donna”. E’ questo che si avverte nel messaggio artistico di Fausta Ottolini, sia percorrendo le stanze della Rocca Paolina in Perugia, dove dal 15 al 22 giugno è ospite d’onore nella manifestazione Lune di Primavera 2008, che quelle suggestive dei suoi “luoghi d’arte” di Archidoro in Cetona. Lasciarsi contagiare dall’idea della “sacralità della Donna” e che ciò non provoca una suggestione psicologica ma che il contatto con questa sacralità è sostanzialmente una trasmissione di potenza per l’uomo. Una visione della Donna che va oltre la mitologia greca che conferì alla donna-dea una dimensione irraggiungibile e la mitologia romana che la rese più “umana” e meno potente rispetto alle divinità maschili. Questo dell’artista cetonese è un messaggio rassicurante per i maschietti moderni? Di certo affascinante, ma soprattutto Fausta Ottolini insieme al suo compagno ed artista Tazio Angelini ne hanno fatto il presupposto per una fonte di inesauribile ispirazione artistica e un’esistenza indubitabile.

                                                                                                          Massimo Mercanti

 

 

Comunità Montana del Cetona: e l’ultimo chiuda la porta…

E così Agostino Fragai, l’assessore regionale alle Riforme istituzionali ed al rapporto con gli Enti locali, ce l’ha fatta! Entro il prossimo 30 giugno la Regione Toscana dovrà approvare il disegno di legge che prevede il taglio di sei comunità montane tra le quali quella del Cetona. A fare compagnia nell’operazione chirurgico-politica saranno quelle dell’Alta Versilia, dell’Arcipelago Toscano, dell’Area Lucchese, di Pratomagno e della Val di Merse. Se però la legge non sarà approvata entro il 30 giugno, si dovranno applicare i criteri più restrittivi previsti dalla Finanziaria 2008 e le venti comunità montane si ridurrebbero a cinque. Il risultato politico sarà tutto qui: fatto salvo il personale delle sei comunità soppresse che sarà comunque trasferito ad altri enti, anziché quindici comunità montane alla fine ne verranno tagliate sei. Chissà per quale recondita armonia le altre nove si salveranno ma questo forse lo leggeremo nella prossima puntata de “La Casta”. 

Nel frattempo i numeri ci dicono che la soppressione delle sei comunità montane determina un risparmio di 2.657.229 euro, cifra pari all’incirca a quella delle spese correnti anno 2006 della sola Comunità Montana del Cetona. Altri 410 mila euro arriveranno dal taglio degli assessori: 41 in meno, su 83, nelle quattordici comunità montane che rimarranno. Saranno spesi meno soldi anche per le indennità, già dimezzate all’inizio dell’anno dalla Finanziaria e ora ridotte di un altro 5% dalla Regione: l’ulteriore risparmio stimato viaggia attorno ai 32 mila euro. Il taglio dei consiglieri permetterà infine di risparmiare almeno altri 16.424 euro.

«Abbiamo deciso di ridurre le comunità montane – spiega l’assessore - ma abbiamo anche offerto ai territori esclusi la possibilità di mettersi insieme e superare la tradizionale tendenza al campanilismo: lo abbiamo fatto con le unioni di Comuni, che, dove nasceranno, potranno svolgere anche quelle funzioni regionali oggi delegate alle Comunità montane che scompaiono. Abbiamo rafforzato il ruolo dei sindaci negli organi di governo. Abbiamo mantenuto i benefici per aziende e cittadini».

Adesso resta solo da vedere se l’unione dei comuni intesa come “tendenza” sia una scelta sostenibile per chi era abituato ad esercitare in forma associata molti servizi comunali come antincendi boschivi, patrimonio archeologico all'interno di un'area fra le più belle d'Italia, ricchissima di emergenze storiche, paesaggistiche e naturalistiche. Nella spesa corrente (tra i costi non superflui) della Comunità Montana del Cetona c’era quello di conservare l'ambiente, ma anche quello di rendere partecipi alla sua tutela tutti coloro che fruiscono di questa fondamentale risorsa. Nella futura “tendenza” sarà ancora cosi?

                                                                                                Massimo Mercanti 

 

 

Una magra consolazione cetonese

Di solito le brutte notizie, quando non ti svegli all’improvviso dentro il dramma, te le comunicano al telefono, in un giorno qualsiasi, in un momento in cui sei altrove e spensierato rispetto all’ineluttabile. La notizia che un conoscente si è tolto la vita colpisce e resti lì con la cornetta del telefono appesa al silenzio, prima di chiedere ulteriori spiegazioni del come, del quando e del perché. Non è una notizia letta di sfuggita sul giornale che parla di persone a te sconosciute e che rimandano alle statistiche, alle motivazioni più svariate. Quello che ti comunicano al telefono riguarda persone conosciute, che magari il giorno prima hai incontrato per strada, erano sedute accanto a te al bar, che ti hanno salutato come succede da sempre, perché vivi nello stesso paese, hai condiviso interessi comuni, hobby, momenti di vita familiare in vacanza al mare. I drammi personali ti vivono accanto ma per motivi più svariati non li condividi, li allontani o fai finta di nulla. Poco importa se questo si chiama ipocrisia, egoismo, menefreghismo, indifferenza o hai l'alibi del rispetto altrui. Ti astieni e fai i fatti propri, che bastano e avanzano, e vivi come se il dramma individuale di quelli che ti stanno accanto non ti appartenesse in qualche modo. Poi succede che a tua volta dai la triste notizia a un tuo conoscente e l’altro ti risponde con poche e semplici parole: “…viene da pensare alle cose che si potevano dire, o si potevano fare, per lui come per tanti altri. O forse non si poteva fare nulla, ed è solo una consolazione per chi resta poter dire di aver provato a capire... “

 

                                                                           Massimo Mercanti

 

 

 

Banca Valdichiana e Opinion leaders a confronto

 Viene da dire che se una banca convoca gli “opinion leaders” di un comprensorio per comprendere i bisogni reali e dare delle risposte concrete al tessuto economico locale, significa che non siamo davanti al proposito di mettersi in mostra per attirare clientela. C’è solo l’analisi responsabile di un istituto bancario che, pur consapevole della sua entità, vuole farsi parte utile nella complessa e a volte contraddittoria economia locale. E così nell’anno dei festeggiamenti del centesimo anniversario della fondazione, la Banca Valdichiana ha messo intorno a un tavolo i soggetti protagonisti che governano e operano sul territorio. Dai sindaci dei comuni, ai piccoli imprenditori e rappresentanti di categoria nonché quelli dell’associazionismo per fare il punto sul progetto che la Banca stessa ha avviato nel 2005 commissionando, alla Società Eurema, la fotografia del territorio “quale base di analisi” per comprendere “bisogni e opportunità e avviare sinergie e partnership”. Ecco che allora l’approccio diretto tra i convenuti ha mostrato la bontà degli intenti e il desiderio di confronto tra gli interlocutori uscendo dagli schemi tradizionali e termini referenziali a cui spesso siamo abituati quando capita di trovarsi davanti all’entità Istituzione. E gli interventi dei veri “operatori” e dei rappresentanti di categoria, menomati solo dal tempo a disposizione di ciascuno, hanno messo subito in luce che nella nostra zona non si può vivere di solo turismo o di micro entità industriali e artigianali. Il comune denominatore manifestato è stato quello della volontà di una sana crescita di un’economia “privata” per un conseguente benessere della comunità. La richiesta, accompagnata da uno sguardo di “sfida”, è stata quella che una Banca che vuol davvero partecipare ad un processo economico non può che “credere” senza ulteriori indugi e “garanzie” nell’idea del “fare impresa”. La risposta è stata nella  fermezza della “Mission” ricordata nelle parole della Presidente Mara Moretti e sottolineata dall’intervento del Direttore Generale Fulvio Benicchi: lo stare accanto, aiutare i singoli imprenditori è stato il motivo della nascita, della crescita e il distinguersi della Banca Valdichiana.

Si può pensare che dopo cent’anni di solido lavoro tutto ciò non sia di particolare rilevanza?

                                                                                                                                                                                                         Massimo Mercanti

 

 

 Amarcord e… chatto con Silvestro

Quelli della mia generazione non vestivano alla marinara. Lo schierarsi politicamente era d’obbligo. Guai a chi non era di “Destra” o di “Sinistra”, il “Centro” era il luogo ideale per un pugno in testa. Da giovani non frequentavamo l’azione cattolica ma tutti i giorni eravamo nello studio del parroco dove in un rapporto alla Don Milani, i temi come esistenza, singolarità, possibilità, gli stadi della vita, il concetto dell’angoscia e le briciole di filosofia, l’apprendevamo sfogliando i libri di Kierkegaard e di Marcuse. Niente salsicce alla brace o fiere di beneficenza, l’aspetto ludico si consumava la domenica pomeriggio nella sala parrocchiale con le pellicole della San Paolo Film, che in una sorta di Nuovo Cinema Paradiso, ci raccontavano in bianco e nero “Il posto delle fragole” e altri luoghi nordici di un noto regista svedese.

Tra una discussione e l’altra sulla locuzione “cogito ergo sum” di Cartesio e la filosofia di Sartre vicino al juke box del bar, venne la moda degli “espropri proletari” e il 6 politico sul registro scolastico. Le librerie furono prese di assalto per sottrarre i “quaderni piacentini” e i saggi di Guido Viale. Ci fu chi si rinchiuse in casa per leggere Proust e la “recherche” mentre altri fecero incetta dei dischi di Guccini e De André. Molti partirono per dei viaggi avventurosi, pochi finirono a rilasciar scontrini nei parcheggi di Firenze. Gli anni ’70 non furono altro che l’ulteriore segmento di acculturazione di una gioventù che molti anni dopo avrebbe fatto i conti con la globalizzazione e non con il quarantennale del ’68.

All’alba della rete “Internet” ci collegammo con i portali più lontani. Se volevi provare l’ebbrezza del cibernauta dovevi collegarti con Cagliari, Roma o Milano e le bollette telefoniche diventarono più salate. Avevamo vissuto il territorio con le sue sedi politiche, culturali e ricreative, ciclostilato volantini e scritto insulti sui giornali murali. Ci ritrovammo nelle stanze asettiche di una chat line per digitalizzare le frustrazioni della nostra vita.

Fu come un armistizio con il Grande Fratello fino a quando nell’età della consapevolezza ci siamo accorti che i nostri figli avevano pensato bene di emulare i loro padri, bruciando senza rimpianti o sensi di colpa quelle emozioni che prima si vivevano in lunghe stagioni. E così i nostri replicanti confusero il virtuale con il reale e furono molti i tentativi per supplire alle carenze comunicative. Alla velocità dei mutamenti epocali corrispose l’adeguamento del quoziente intellettivo.

Così molti finirono su You Tube o a far le cubiste, un modo come un altro per urlare al mondo “mi vedi quindi esisto” confermando di fatto la contraddizione del secondo millennio: il riferimento ideale è come il coraggio, se non ce l’hai non te lo puoi dare. E’ stato così che di nuovo altri giovani sono diventati adulti e troppo poco seriosi. A “padroneggiare il proprio tempo” è rimasto l’incubo del precariato, il bello tra le donne, i desideri di una velina, il sondaggio politico, solo cronaca e tanta noia. Tutto il resto, prima e dopo, è solo conseguenza.

                                  

                                                                                                                    Massimo Mercanti

 

 

A proposito di cani e gatti…

Le statistiche dicono che in Italia siano 2.831 i comuni a rischio estinzione, concentrati per lo più in aree montane, con un’economia e una densità demografica basse e un patrimonio immobiliare deprezzato, spesso abbandonato.

Ovviamente non è il caso di Cetona, che sebbene la sua densità demografica sia variabile al rialzo, per le provenienze extracomunitarie, ha un patrimonio immobiliare di tutto rispetto, anzi “apprezzatissimo” e non abbandonato.

Tuttavia chi arriva a Cetona entrando dalla piazza principale può pensare di essere arrivato in un paese fantasma, dove a far da padrone ci sono alcuni gatti, grigi e neri, a giocherellare con le foglie trascinate dal vento. Proprio quelli che la delibera comunale del 2001 li ha abituati al rispetto dell’ambiente e sono l’attrattiva della gente.

Se poi si arriva la sera, peggio ancora, qualcuno può pensare che lupi e cinghiali abbiano banchettato con i resti della popolazione. Come nei filmacci americani: alcuni fuoristrada con gli sportelli semi aperti, le botteghe con le serrande abbassate, una flebile e sobria illuminazione concentrata sul vuoto, i neon dei bar ridotti a lumini. E la gente?

Sono tutti lì, di preciso non si sa dove e cosa fa, ma ci sono. Si direbbe un’immagine da brivido ma per chi frequenta o abita in Cetona è la fotografia istantanea di una realtà che va dal periodo autunnale all’inizio di quello estivo nell’anno successivo. A parte i brevi sussulti di fine anno, il paese sembra rintanato in se stesso per un lungo letargo. Poi con la tarda primavera tutto si rianima, o almeno qualcosa torna a germogliare. Stanno per arrivare gli ospiti, occorre riordinare le stanze buone per l’accoglienza.

Ecco che allora le varie Associazioni entrano in fibrillazione con programmi e iniziative, gli operatori commerciali lustrano i tavoli dei bar e dei ristoranti. Gli agriturismi e locandieri navigano sul web per far conoscere i loro “siti” nostrani. Ceramisti e fornai raddoppiano le dosi nell’impasto, artigiani e commercianti rumoreggiano nell’allestimento dei locali. I marciapiedi si rianimano come non mai.

Questa è Cetona con i suoi 2882 o 2920 abitanti,  1712 abitazioni con 1175 famiglie anagrafiche, 1740 autovetture, 216 autocarri, 207 motocicli e 6 autobus. Con le sue 325 imprese attive di cui 105 artigiane. Con il suo Museo Civico per la Preistoria del Monte Cetona e il Parco Archeologico Naturalistico di Belverde. Una Biblioteca Comunale con un patrimonio librario di oltre 32.500 volumi di tutto rispetto e una superba Casa di Riposo con circa 50 posti letto. Tutto ciò può rappresentare un declino, un rischio estinzione se dai retta ai commenti di coloro che somatizzano una crisi strisciante nel magma dei segni esistenziali: quelli cupi e assordanti del vivere sociale, la poca consapevolezza del “si può fare”. Viene da chiedersi chi ha scolpito sulla pietra dello stipite di un antico portale cetonese “fai oggi quello che potresti fare domani e bene”. Di certo qualcuno che aveva capito tutto!

Ma tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo…il senza fretta. Può consolare se guardandosi intorno è così più o meno “dappertutto”?

 

Massimo Mercanti

 

 

Le Urla dalla foiba

 

Il 10 febbraio scorso (nel giorno della memoria) il motore di ricerca Google News Alert, impostato sul nome di Cetona, mi ha restituito una notizia lasciandomi esterrefatto per il contenuto di quanto riportato su di un libro: LA FOIBA DELLA VAL D’ORCIA (Ma.Ro. editore, costo 18 euro).

Nel libro viene narrato da Ilario Sbrilli “l’assassinio di suo padre e di altri quattro”, tra carabinieri e militi della GNR l’8 aprile 1944, per opera di partigiani che operavano nel Monte Cetona. I cadaveri furono gettati in una profonda voragine simile ad una foiba e fu necessario più di un mese di scavi, nel 1949, per poter riesumare i corpi. Dopo il ritrovamento dei cadaveri seguì il processo conclusosi con la condanna degli imputati motivata nella sentenza della Corte di Assise di Siena del 19 gennaio 1953.

In verità dopo la gratuita violenza perpetrata dai tedeschi e fascisti nel territorio cetonese (ricordo i caduti a “la Formica”) non mi aspettavo che altre pagine orrende della Storia italiana del Novecento, riguardassero ancora questi luoghi e facessero luce su laceranti e dolorosi fatti. Ho letto il libro con l’avidità di recuperare sull’ignoranza della cronaca di quel misfatto, calandomi anche nei panni di colui che li ha descritti, rilevando che la documentazione processuale e giornalistica del tempo, con la quale viene “obbiettivamente” ricostruita quella vicenda, lascia poco spazio alle interpretazioni. Forse è vero che le Storie efferate che travolsero l’Italia durante il conflitto della grande guerra le abbiamo apprese solo dalla parte di chi vinse. Tuttavia, pur nel rispetto delle persone che hanno subito delle ingiustizie, occorre fare attenzione, non per evidenziare una distinzione bensì per trovare una correlazione. I fatti raccontati nel libro si riferiscono alla Resistenza e non a quello che accadde ai fascisti dopo il crollo della Repubblica sociale italiana, le cui vicende (secondo i libri di Giampaolo Pansa) sembrano avvolte in un velo di reticenza e di silenzi imbarazzati. Nel caso in questione il contesto in cui si sono svolti i fatti sul Monte Cetona è il teatro del “durante” la guerra, con le sue atrocità (in numero senza confronti superiore ad altri misfatti) nella logica omicida dei nazisti e dei loro collaboratori repubblichini, sul quale la Resistenza, con la lotta partigiana, ha rappresentato inequivocabilmente una straordinaria vicenda civile, i cui effetti, tra le parti in conflitto, non possono che aver rappresentato la gravità delle conseguenze.

Nell’introduzione al libro si legge che i cinque uccisi “avevano la sola colpa di appartenere alla Repubblica Sociale Italiana”. I partigiani decisero di ucciderli perché rappresentavano un ostacolo al loro desiderio di andare, ciascuno, a trascorrere la Pasqua a casa, dovendo, altrimenti, rimanere, almeno alcuni, sul posto a vigilare che non scappassero … Compiuto l’eccidio i partigiani, non avendo più l’obbligo di custodire i prigionieri, potevano finalmente, e senza rimorsi di coscienza, recarsi dalle famiglie per trascorrere con loro la Pasqua a casa.”

Che dire, se non condividere quella “rabbia e molta indignazione” provata dall’autore del libro dopo oltre sessant’anni da quel doloroso episodio. Che dire su quella rabbia “nell’aver dovuto sopportare la presenza dei responsabili di un tale crimine, in piena libertà, durante i lunghi 39 giorni che durò il processo…” della “rabbia nel saperli liberi anche dopo che furono condannati da quella stessa Corte di Assise; rabbia e indignazione perché furono, poi, definitivamente amnistiati con la dichiarazione che un tale, efferato crimine costituiva “fatto di guerra”? La condivisione è sul medesimo fronte sebbene la gente colpita sia su barricate diverse.

Nella condivisione della “rabbia” mi fermo qui chiedendomi, dal mio punto di vista e sulle parole del Presidente della Repubblica, se mai riusciremo ad andare verso quel “senso del riconoscimento della verità storica che è il fondamento per ogni processo ulteriore di avanzamento e riconciliazione” in questo caso tra italiani e non solo. 

La pubblicazione di questo libro è uno dei tanti contributi alla conoscenza della “verità storica”. Ho trovato pregnante un passo della Corte di cassazione che aldilà del linguaggio prosaico e dei freddi articoli di legge, ritenne “quella causale” della Pasqua “davvero seria se posta in rapporto, come deve esserlo, alle circostanze umane ed ambientali.” “Quando, come nel caso, una diminuzione del senso umano si associa ad un sentimento di odio e ad un bisogno egoistico da soddisfare, qualunque delitto è reso possibile e qualunque scintilla è sufficiente a provocare l’incendio.” Un giudizio che può lasciare perplessi ma pone davvero poco spazio sul che fare. Vale la pena ricordare quello che ebbe a dire in quel tragico contesto ormai lontano, uno dei tanti protagonisti delle Brigate Simar, il partigiano cetonese Renato Fabietti: “…nel sussulto che aveva lasciato gli uomini smarriti, un filo s’era spezzato. Bisognava trovare i due capi e ricongiungerli per rappez-zare. E credi che riusciremo a rappezzare? Forse l’importante è che non si torni più indietro!”. 

  10/02/2008

                                                                                         Massimo Mercanti

 

 

Felice anno dall’isola dei famosi

Scoperta dal mondo dei media nazionali, Cetona fu soprannominata la piccola Hollywood in quanto fin dagli anni ’70, trascinati da un noto press agent, approdarono nell’isola felice toscana alcuni personaggi del mondo del cinema come Gianna Serra, Giuliano Gemma, Giovanna Ralli e Philippe Leroy. Poi negli anni successivi ci fu un avvicendamento considerevole e le cronache del tempo non hanno fatto altro che aggiungere ai nomi degli illustri divi cinematografici altri nomi altisonanti del mondo giornalistico e intellettuale, fino a registrare noti volti del mondo aristocratico, politico ed economico. A seconda delle tendenze ovviamente il soprannome affibbiato a Cetona cambiò in “piccola polis”, “Repubblica dei Vip” e luogo di “buen ritiro”. Per non far torto a qualcuno dei banchieri, finanzieri, imprenditori, scienziati, studiosi e giornalisti è meglio non riportare il lungo elenco dei personaggi che hanno dato lustro a Cetona. Uno per tutti, ai tempi della vicedirezione della Banca d’Italia, quando i “bamboccioni” erano ancora in fasce, Tommaso Padoa Schioppa. Tra i tanti altri, quelli che di certo non vi torneranno più sono Felice Ippolito, Umberto Agnelli e l’armatore Antonio D’Amico.

C'è stato un periodo che Cetona è stata meta di alcuni personaggi di fama mondiale, te li trovavi improvvisamente davanti, sulla piazza del paese, senza alcun sentore che annunciasse la loro presenza. Niente scorte e auto blu, solo la loro semplice forma anonima messaa repentaglio dagli sguardi di quanti potevano sentirsi cetonesi cittadini del mondo. Quanti di noi "indigeni" avrebbero potuto riconoscere Lea Rabin se non si fosse fermata a fare shopping nel negozio di ceramiche sulla piazza? Per non parlare della principessa Margaret alla quale un timido bambino cetonese si rivolse a lei  con un pessimo inglese comunicandole, tutto riverente, che la sua sorellina, prossima a nascere nell'ottobre del 1994, avrebbe portato il suo nome...Margherita. Ma gia nella primavera del 1991, in una villa nei dintorni di Cetona, furono scattate alcune immagini  fotografiche che arricchirono le pagine del gossip: quelle di Carlo d’Inghilterra e Diane Hoare, moglie di quell’Oliver reso celebre dallo scandalo delle telefonate mute di Lady Di.

La domenica mattina, all'uscita dalla messa, era possibile domandarsi se alle migliaia di operai cassintegrati della Fiat era mai successo di poter scambiare un "segno di pace" con il loro odiato Amministratore Delegato del tempo. Eppure anche lui, dall'alto del suo potere, lo trovavi a far la fila nel negozio di alimentari confuso tra la semplicità delle massaie cetonesi. Forse a urlare insieme a tutti i cetonesi "piove...governo ladro!" fu anche lui, il dottor Cesare Romiti, quando a bordo della sua Land Rover, a causa del fango accumulato per le piogge abbondanti, l'auto sbandò finendo contro il muro della sua villa cetonese. Ma la sua presenza e lo stile che lo ha sempre contraddistinto non poteva che sfidare un "vero" stilista, con tanto di cagnolino Oliver al seguito. Quello del “sarto” più famoso del mondo dal nome Valentino. Basta pensare che il trentennale della sua attività fu festeggiato proprio qui a Cetona. A complimentarsi con lui non c'erano le autorità locali in alta uniforme ma solo tanti curiosi e la banda comunale Arturo Toscanini. Mai tante bellissime modelle erano approdate sulla piazza del paese. Una giovane ragazza cetonese svenne dall'emozione quando comparve sull'ingresso della villa il famoso Ridge di Beautiful Ronn Moss. Fu portata in braccio da una guardia del corpo  all'interno della Villa, ne riuscì dopo alcuni minuti con lo sguardo di una miracolata. Potenza delle soap!! Che tempi! Infine sono arrivati gli antropologi, quelli specializzati nello studio delle origini, dello sviluppo e del funzionamento delle società umane. La loro attività di solito si svolge “sul campo”, in situazioni anche disagevoli e in lunghe trasferte negli angoli più remoti del mondo. Quelli approdati a Cetona hanno ancora qualcosa da conoscere e sul quale scrivere libri in maniera confortevole.

Ma in tutto questo i cetonesi? Veramente ci sarebbe da dire e da scrivere di questo paese e dei suoi abitanti, se non fosse che i più si sono accontentati in questi anni di attizzare il fuoco tra una sagra e l’altra, nel difficile tentativo di misurare la coerenza tra atteggiamenti e comportamenti, tra la “teoria dichiarata”, che esprime valori, credenze e atteggiamenti, e la “teoria in uso”, quella che ancora seguono nella realtà di tutti i giorni. Spesso si sono verificate delle divergenze significative tra le due teorie, di cui talvolta non sono stati pienamente consapevoli. Ma è forse questo il motivo “vero” per il quale sono approdati su quest’isola felice i tanti personaggi affascinati. A tutti loro, ai “selvaggi tra i selvaggi”, un Felice Anno Nuovo.

31 Dicembre 2007                                                             Massimo Mercanti

 

 

Templari cetonesi

 Nella sfida tra contrade, le ultime edizioni della “Corsa delle Brocche” hanno visto dedicare il trofeo in palio alla Madonna di S. Maria a Belverde e alla Maria Maddalena. Viene da chiedersi se la chiara connotazione simbolica è forse un retaggio di una antica tradizione che rimanda al profondo legame che ebbero molti cetonesi fin dal 1583 quando, per reverenza alla S.S. Trinità, fu fondata una Confraternita laica sotto il titolo della Santissima Annunziata.

C’è un altro aspetto, che lega l’arte sacra alla tradizione del culto cetonese che, invece, rischia di passare inosservato. Quello del graduale “depauperamento” dei pochi tesori artistici cetonesi messo tra l’altro in evidenza nella recente conferenza tenuta dal prof. Giampaolo Ermini su “Il Rinascimento sul Monte Cetona.”. Nell’occasione è stato illustrato il “modesto” patrimonio di affreschi, dipinti, capitelli, bassorilievi, statue lignee e affreschi murali, presenti nel territorio cetonese che se da un lato ci rende orgogliosi per la squisita sensibilità con la quale artisti, alcuni locali, seppero farsi interpreti del sentimento religioso popolare, nello stesso tempo non ci può far restare indifferenti sul pessimo stato di conservazione di alcune parti di esso come la piccola chiesetta del Matero. Anche per alcune tele pittoriche come quella dell’Annunciazione nella ex Chiesa dell’Annunziata e di altre opere minori poco conosciute al pubblico, non è più rinviabile  una migliore conservazione e restauro.

Negli anni trascorsi il timore per i possibili furti nelle chiese mosse il senso di responsabilità dei parroci. Così, per motivi di “sicurezza” e fruibilità pubblica, furono affidati in custodia al Museo della Cattedrale di Chiusi alcuni arredi e oggetti sacri provenienti dalle chiese di Cetona. Altre volte alcuni reperti hanno trovato una loro collocazione suscitando “perplessità”, come la piccola e graziosa Annunciazione attribuita alla bottega di Andrea della Robbia, un tempo situata al Convento di S. Francesco e adesso murata nella Sacrestia dei frati a Chianciano. Di certo alcuni tesori, usciti dalle loro sedi naturali per restauri conservativi, sono tornati festosamente accolti dalla popolazione tra le proprie mura, come la Madonna del Soccorso. Altri, purtroppo, sono rientrati in quel fenomeno di “dispersione” come la “Natività”, (v. foto) di provenienza Convento di S.Francesco, arrivata inspiegabilmente nel Getty Museum di Los Angeles.

L’istintiva azione, a difesa del piccolo patrimonio artistico, ha dimostrato un senso di responsabilità “personale” da parte di coloro che se ne sono sentiti investiti nella custodia. Tuttavia, forse, non ci si è resi conto che progressivamente si è “impoverita” dei suoi piccoli tesori l’intera collettività cetonese che nelle sue più svariate “istituzioni”, coinvolte nello sviluppo locale, ha cercato di difendere, di generazione in generazione, un’identità e una tradizione fortemente radicati.

La coerenza ci impone in primo luogo del farsi carico dei “messaggi” lanciati dagli addetti ai lavori, prima che il tempo comprometta definitivamente il recupero di interessanti reperti artistici. Solo dimostrando un senso di responsabilità da parte dell’intera comunità cetonese, attraverso le sue componenti istituzionali e associative, si può evitare che quel che resta vada “disperso” per disattenzione, come se nulla di quel poco che ci è appartenuto, fosse mai esistito.

Un progetto organico nell’interesse della “conservazione e fruizione”, con il concetto che la cultura non deve essere un costo ma un investimento in grado anche di autofinanziarsi con la partecipazione della gente, potrebbe dar luogo alla  voglia di promuovere la riunione in un unico e prestigioso contenitore, delle opere significative dei periodi più importanti della storia religiosa e civile del paese di Cetona.

La costituzione di un piccolo Museo d’arte Sacra in Cetona potrebbe contare sul ritorno in sede propria di prestigiose “opere” permettendo di sviluppare studi sull’iconografia sacra e sulle tradizioni del culto da parte degli esperti locali. Il Museo potrebbe essere, infatti, un organismo vivo e attivo nella vita culturale del paese, promuovendo, nel tempo, nuovi percorsi attraverso il prestito di altre opere, in modo da rappresentare un prezioso strumento di promozione e di studi sulla storia dell’arte e dei reperti Cetonesi.

Con l’istituzione di un Museo di Arte Sacra, si verrebbe a completare quel complesso museale e culturale presente nel nostro Comune, in un progetto di valorizzazione del paese portato avanti dall’Amministrazione da diverso tempo.

 

24 novembre 2007                                                                 Massimo Mercanti

 

 

CETONESITA’

Guai a fare dell’ironia se non hai la consapevolezza del destinatario! Me lo aveva detto la professoressa di lettere durante i miei studi all’istituto tecnico (pensa te!…) all’epoca in cui  immaginavo di poter scrivere al massimo un diario segreto. Invece per una sorta di meccanismo innescato proprio dal senso del rispetto per le persone e delle istituzioni che  promuovono alcune iniziative, con il mio intervento pubblico sulle celebrazioni del bicentenario della nascita di Garibaldi ho suscitato clamore permettendomi di “criticare” (sulla sottile linea di demarcazione tra satira, umorismo e…. diffamazione) una particolare forma di “snobismo”. Quella consuetudine che da parte di chi la pratica, nel tentativo di traslare i contenuti in un dominio esclusivo, non rifiuta il discorso di “massa”, ma tende a scegliere gli argomenti più “adatti” per la platea di pubblico, svuotandoli di significati pregnanti per poi defilarsi il prima possibile. La prevedibile reazione suscitata dalla pubblicazione dell’articolo è stata un sollevar di scudi con conseguente “interrogativo” sul significato che avrebbe sotteso una ironica battuta a proposito di “certe omissioni”. Viene da chiedersi se il tono interrogativo è meglio di quello intimidatorio.

Meno male che il 2007 ha visto Cetona, nelle sue componenti istituzionali e culturali, promuovere una serie di iniziative volte proprio a esaltare e a valorizzare gli elementi storici e culturali che stanno alla base della nostra “cetonesità” e l’intento principale è stato quello di dar voce ad aspetti culturali, restituendoli però al loro significato più alto, attraverso i contributi di alcuni cetonesi, le testimonianze degli studiosi, degli artisti, di collezionisti, degli scrittori, dei giornalisti, di esponenti del mondo accademico e delle istituzioni. Mi riferisco in primo luogo alla celebrazione del cinquecentenario della nascita di Luca Contile, illustre concittadino, senza per nulla dimenticare  la pubblicazione e ristampa del libro Cetona Ricordi per il futuro che ha suscitato tra la popolazione largo consenso ed emozione.

Sullo scoglio di Quarto devo fare ammenda per non essere stato all’altezza della situazione, in primo luogo come cittadino (le cui aspettative erano evidentemente ben altre) e in subordine nella qualità di conoscitore di alcune forme di comunicazione. Pazienza. Come nei tempi antichi succedeva anche da queste parti, sopporterò come reo di stare nella pubblica piazza nei dì di festa con le braccia bloccate in un giogo, con una candela in testa od in mano un cartello indicante il reato commesso. Prima però mi sia permesso di aggiungere che il riferimento alla “bandiera di Garibaldi”, che potrà essere sembrato un gratuito esercizio di stile (che riesce davvero meglio quando si ha la consapevolezza del destinatario) conteneva un’intenzione comunicativa non risultata abbastanza chiara: l’ironia sul non aver messo in mostra, almeno per l’occasione del bicentenario, quel prezioso cimelio custodito gelosamente in una stanza del palazzo comunale.  E’ proprio vero che “l’Umorismo è l’arma dei disarmati”

 

 Novembre 2007                                                                Massimo Mercanti

 

 

Garibaldi e certe omissioni nel bicentenario della sua nascita

Sono d’accordo! La Storia non si fa con i “se” e con i “ma” e non si racconta con i “si dice” o si mette in dubbio con i “forse”. La Storia si ricostruisce trascorrendo il tempo negli Archivi dove vengono conservati i documenti utili alla storia, con le testimonianze, sciorinando date e luoghi. Il problema sorge quando ci mettiamo gli abiti dello “storico” per scrivere dei saggi e magari confessare al pubblico che non si è avuto il tempo di “ripassare” i documenti per raccontare alcuni fatti salienti che rappresentano momenti di Storia anche per una piccola comunità come quella di Cetona. Forse sarebbe stato meglio mettersi nel “costume” adatto ma c’è sempre l’alibi, soprattutto per chi è abituato a fare della “satira”, per farsi perdonare di non aver indossato la camicia rossa per l’occasione. E’ il caso della conferenza tenuta sabato 6 ottobre 2007 in occasione del bicentenario della nascita dell’Eroe dei due mondi, sul noto condottiero o duce che dir si voglia, Giuseppe Garibaldi che nella Toscana post Guelfa e Ghibellina in questo anno viene celebrato.

Per due volte Garibaldi è passato per Cetona, nel 1849 e nel 1867 ed è per questo che i cetonesi entusiasmati dal tricolore gli hanno intitolato l’unica Piazza “grande” del paese. Il 27 Agosto 1867 i cetonesi gli prepararono una festa popolare come si conviene con tanto di banchetto e dodici bellissime donzelle ad omaggiare Teresita, la figlia di Garibaldi, con un ricco mazzo di fiori. Dalla loggia della casa Terrosi dove Garibaldi era stato alloggiato, il Condottiero arringò la folla ringraziando i cetonesi che nel ’49 avevano fatto di tutto per aiutarlo. Una “fanatica” del tempo, certa Rossi Massimina, presentò al Generale una piccola bandiera logora dal tempo e dalle palle nemiche che Garibaldi aveva lasciato nel ’49 ai cetonesi e gli disse: “Ricordatevi, o Generale…questa bandiera da quella porta che uscì, a Roma ritornerà” [1]

Peccato che il conferenziere non abbia ricordato al pubblico l’aneddoto e che la piccola bandiera di cui si parla è stata per tanti anni conservata in una bacheca nella Sala Consigliare del municipio. Forse il non citare l’episodio ha evitato la domanda sul che fine avesse fatto. Ma questa è un’altra storia. Come quella  raccontata dal Belluzzi nel ricordo di un’accoglienza indimenticabile nel precedente passaggio del 17 luglio 1849. Rassicurato dai suoi, mandati in avanscoperta, Garibaldi si presentò sulla piazza del paese con tutti i suoi cavalli, fanti, artiglieri con un piccolo cannone, somigeri, bagagli, carri e buoi, insomma con tutto il piccolo esercito garibaldino. Il nobile Pietro Terrosi “…convitò nelle belle sale del suo palazzo Garibaldi, Anita, Ciceruacchio, Ugo Bassi e parecchi ufficiali dello Stato Maggiore mentre le ordinanze e gli inservienti si affaccendavano nei giardini e nel magnifico parco senza che nessuno osasse di toccare alcun fiore senza che ne avesse ottenuto il permesso”. Quella volta Anita e Garibaldi erano stati ospiti del Gonfaloniere Rodolfo Gigli e qui il noto conferenziere non ha potuto evitare di raccontarlo considerato che una lapide ricorda questa ospitalità nella casa in fondo alla piazza. Tuttavia poteva essere l’occasione per ricordare agli astanti che la signora Amalia (moglie del gonfaloniere) donò ad Anita una veste di seta verde scura fatta in tutta fretta dalla sarta Lucrezia Benvenuti. Invano la diapositiva proiettata alle spalle dello storico conferenziere indicava che l’abito suddetto è conservato nella Repubblica di S. Marino. Invece il pezzo forte è stato quello dell’episodio sulla liberazione dei dieci frati del Convento presi in ostaggio da Garibaldi e minacciati di fucilazione dopo che due lancieri della cavalleria mandati in avanscoperta furono imprigionati dai contadini del Vescovo di Chiusi. Della liberazione dei fraticelli se ne fece carico il Pietro Terrosi ma l’aneddoto raccontato è servito al conferenziere per dimostrare che la finta rappresaglia non smentiva la bontà d’animo del Generale Garibaldi. Di nuovo peccato non aver ricordato che a far tifo per Garibaldi, a Cetona, furono moltissimi e dopo il ’60 furono non pochi quelli che lo seguirono. Uno tra i tanti un certo G. Sacoini promosso sul campo, capitano del 1° battaglione “Cacciatori del Tevere” (Poggio Mirteto 5/11/1860) fu lui a scrivere ai garibaldini cetonesi di raggiungerlo portando “fucile, cartucce e palle”. Non è facile spiegare questa fiammata patriottica dei cetonesi ma di certo è stato ancor più facile non ricordare, nel bicentenario della nascita di Garibaldi, almeno questi pochi episodi minimali. Forse i tempi moderni ci danno l’occasione per conformistiche celebrazioni senza però essere impegnati nel perseguirne le idee e l’etica che mosse certe ingenue (?) utopie. Forse ai convenuti alla conferenza avrebbe fatto piacere un po’ di retorica invitandoli a condividere la memoria di Garibaldi con gli altri cittadini del mondo, come esempio ed eroe delle persone semplici, generose ed oneste, dei popoli liberi e di quelli che lottano per la libertà e l’indipendenza, per tutti coloro che sono impegnati per la pace e la giustizia sociale. In fondo, anche se in latino, nel cartiglio del  nostro stemma è perfino scritto: “E’ degno del mondo questo stemma di Cetona”.

                                                                                                                                                           Massimo Mercanti

[1] Da un rapporto di polizia cit. da G.Grassini o.c. pag. 108)

 

 

L'attimo fuggente

 

Dopo i libri “Notizie e Documenti sulla Storia di Cetona” del Corticelli, pubblicato nel 1926, e quello di Piero Grassini “Cetona e il suo ambiente” pubblicato nel 1971, quello di Angelo Molaioli “Cetona ricordi per il futuro” è il terzo significativo libro che racconta Cetona nelle sue “...storie, di immagini e di ricordi…. La cronaca dell’avvenimento è nell’interesse riscontrato dalle numerose persone intervenute che hanno gremito l’ex Chiesa dell’Annunziata sabato 10 dicembre alla presentazione del libro. Il successo è stato manifestato dal grande numero di copie, pubblicate su iniziativa della Fondazione Balestrieri con il patrocinio del Comune di Cetona, andate rapidamente a ruba. Un libro “giusto” che in qualità di cronisti non staremo qui a illustrare tanta è la gradevolezza nello sfogliare le sue pagine scoprendone la preziosità.

Ma come “cetonesi doc” corre l’obbligo commentare brevemente le emozioni che questo libro ha suscitato. C’è un filo conduttore che a distanza di anni unisce questi tre libri su Cetona. Le motivazioni sul “perché” delle loro pubblicazioni espresse proprio nelle pagine delle prefazioni.

Quella che compare sul libro del Corticelli, scritta all’epoca da Ettore Fabietti, dal cui testo, molti anni più tardi, nel dicembre 2000, la Banca Valdichiana ne ha tratto motivo per la ristampa: “Per filiale affezione – così scriveva Ettore Fabietti nella presentazione al volume – …Carlo Corticelli pone mano e mente all’opera di ricercare con cura i documenti e le notizie che hanno costruito la storia di Cetona, li raccoglie poi in volume per evitare dispersioni e dimenticanze – “oblio”- scrive Fabietti, che è destino peggiore” – per consegnarli poi, amorevolmente, a quanti hanno a cuore le vicende di questo paese.”

L’autorevole introduzione di Angela Bianchini “rimasta la stessa” come ci dirà molti anni dopo Silvia Agati Renato nella premessa alla nuova edizione della guida storica del Grassini, “perché riflette con grande sensibilità il momento iniziale della scoperta di Cetona da parte dei cosiddetti “forestieri” e come tale ha quindi ancora oggi valore di testimonianza”.

Per arrivare all’odierna prefazione di Paolo Franchi sul rischio “…di smarrire il senso del proprio passato e del rapporto tra questo, il suo presente e il suo futuro.”

Quindi tre libri che danno motivo di riflessione fin dalle loro prefazioni le quali forse necessitavano  già a suo tempo di un dibattito “interno alla comunità”, mai avvenuto fuori da quegli schemi tradizionali “della politica”, ma che dopo l’ultimo, si direbbe accorato sollecito, si rende urgente.

Si, è vero, sfogliare questo libro e lasciarsi andare alle emozioni accavallando ricordi su ricordi magari sorridendo per quella sensazione provata di “come eravamo” è un gesto ovvio, scontato. La foto emblematica di “Lui, lei il somaro e Cetona sullo sfondo” è l’icona giusta dell’attimo prima degli albori della grande trasformazione. I nostri Audrey Hepburn e Gregory Peck in un film più realista di vacanze romane.

Tuttavia guardando queste foto, Angelo Molaioli ci dice anche che sono documenti eccezionali se li sai “leggere”, e non è un caso che dietro questa indicazione tornano in mente le analogie, le verità non dette ma sottese per quel senso di profondo rispetto che si ha per gli altri e che può diventare  timore di essere fraintesi. Come non vedere l’analogia con un altro bellissimo lavoro di Angelo Molaioli  “la Storia delle tessere del PSI”, un secolo di socialismo italiano nelle immagini delle tessere di adesione al partito. Ecco! Angelo Molaioli come nel suo precedente lavoro con questo libro su Cetona ci restituisce, ci evidenzia una documentazione “non fredda e formale” ma carica di emotività, di vita vissuta. Anche in quella come in questa documentazione affiorano dei messaggi importanti. E’ azzardato pensare che Angelo Molaioli abbia voluto dirci (come per le allegorie di Walter Crane in quella tessera del 1911) che in queste foto d’epoca che raccontano Cetona “c’è una carica di cambiamento, di riforme sociali e nello stesso tempo un ritorno ad un passato di sogno ed un rifiuto del presente, tempo di sofferenze e di sventure sociali, quasi un legame diretto tra passato e avvenire, una nostalgia per la società di un tempo e una speranza per il futuro?.

Ebbene, i volti delle persone di queste foto, “i tanti attimi fuggenti” sia di quelle persone disciplinate in posa sulla piazza di Cetona, che nei ritratti di autorevoli personaggi, tutti i volti di questi Cetonesi, rappresentano un tempo che ha in sé un comune denominatore: la semplicità assoluta di una propria identità e considerazione di sé, in un contesto di difficile comune progresso economico e civile.

Sembra quasi che con quello scatto il fotografo dell’epoca abbia voluto restituire la parte migliore di loro stessi. C’è una sorta di “fratellanza”, come ci dicono altrettanti autorevoli scrittori descrivendo la cara Italia di una volta, che vedeva quelle persone impegnate in un senso di responsabilità nel tramandare a noi quello che di buono vi era in loro.     

Alla luce del progresso, di una avvenuta emancipazione, di un avvenuto riscatto viene da chiedersi quali commenti potranno fare i nostri pronipoti quando qualcuno farà loro conoscere le nostre foto di gruppo, le tante immagini di questo odierno sociale, e quelle, di questo, per certi aspetti caratteristico paese di Cetona.

L’invito è quello di “guardarci” nel passato, come eravamo, e nel presente, per capire se riusciamo a mantenere “una identità sociale”, se riusciamo a utilizzare al meglio o in modo ottimale, quelle potenzialità che quell’identità sociale, la nostra identità sociale di Cetonesi, aveva in se. 

Forse è questo l’invito che oggi ci fa Angelo Molaioli e di questo c’è solo da ringraziarlo seguendo il suo consiglio.

Cetona 10 dicembre 2005

                                                                                                                          Massimo Mercanti

 

 

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