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a cura della Pro-Loco di Cetona

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Nota di redazione....

Alcuni articoli su tematiche che non riguardano direttamente questa Pro Loco, attinenti alla vita sociale e politica di Cetona, si possono leggere in alcuni blog come www.cetona.blogolandia.it e www.mercanti.cetona.org/4.html

 

COMUNICATO

Ieri, venerdì 16, sulla rubrica del TG2 “Ead Parade” è andato in onda un servizio su Cetona riguardante i piatti tipici locali. Il servizio televisivo che sarà replicato sabato 17 luglio nell’edizione del TG2 della notte e in quella di lunedì 19 alle ore 11,00, partecipa al Concorso indetto dalla Pro Loco in collaborazione con l’Apt Chianciano Terme e patrocinato dal Comune di Cetona nell’ambito della manifestazione “Cetona tra Arte e Gastronomia” che si terrà nei giorni 3-4-5 settembre 2010. Il premio è stato istituito quale riconoscimento per i migliori articoli e servizi giornalistici aventi per oggetto il territorio di Cetona e l’insieme degli eventi che lo caratterizza, con le sue risorse agricole e alimentari, quelle enologiche, gastronomiche, paesaggistiche, artistiche e culturali.

 qui puoi vedere il servizio televisivo

                                                                                    

 

 

 

L’ultimo quadro di Ennio Maccari

Non è facile parlare del pittore Ennio Maccari spentosi improvvisamente all’insaputa dei molti che l’hanno conosciuto. A trovarlo irrimediabilmente riverso nella solitudine del suo mondo cetonese, alcuni amici insospettiti dal silenzio.

Da tempo non ero più “suo amico” dopo una quasi ventennale assidua frequentazione e la notizia della sua scomparsa mi ha colto di sorpresa, se non altro “impreparato” ad accusare il colpo. Ecco che allora la mia riflessione è partita dall’interrogativo provocato nell’interlocutrice che nel comunicarmi la triste notizia con le cautele del caso, di rimando si aspettava una mia reazione di commozione consona all’accaduto. Purtroppo l’ultima parola rivolta nei confronti di Ennio, che determinò la fine della nostra amicizia, fu talmente sentita e liberatoria, per un rapporto troppo teso nella “morbosità” intellettuale, che già in quel momento consumai consapevolmente il dispiacere per una perdita importante. Altri suoi “amici”, come me, seguirono in quelle rotture insanabili che si possono comprendere solo se si è stati interlocutori di Ennio Maccari, disposti ad ascoltarlo per ore ed ore, e per lunghi anni, in un intenso rapporto d’amicizia. Io non sò se le sue ceneri riposano nel luogo che lui stesso ha costruito prima mentalmente e poi fisicamente tra le mura domestiche di Cetona. Spero solo che siano in un punto d’osservazione privilegiato come quello che può aver rappresentato la vista dell’orizzonte dal suo giardino posto nella parte alta del paese. Dominare un certo “panorama” culturale era il suo costante impegno di artista ed intellettuale anche se le sue opere pittoriche hanno trovato motivo di successo in una terra lontana e straniera come quella del Giappone. Conservo alcuni dei suoi quadri che parlano di un malessere esistenziale ma ho avuto il piacere di conoscere da vicino quel lento tramutarsi in arte del suo pensiero nei momenti di massima espressione dove il brivido accompagnava il tocco di colore con il pennello ora in un gigantesco “trittico” montato ad arte per superare i confini del mestiere, con il quale è stato sempre in continuo rapporto, ora su di una tavola di legno, di una porta sfondata da un calcio, per rappresentare la spiritualità tutta materiale fatta di sangue e di carne di una crocefissione. Per non dimenticare gli effetti coloristici capaci di dare un fascino sensuale alle sue figure rappresentate in decine di tele o disegni a “guasch” che lo ponevano al di fuori della moda ma ben congegnati per far comprendere anche ad un occhio meno esperto, una “civiltà né antica né moderna” che mantiene inalterata la “cognizione del tempo in una unica fusione tra passato e presente”. Poi, la “presuntuosa” impresa, di successo, nel voler sfidare gli illustratori di Pinocchio, con la sua personalissima versione e interpretazione che lo portò a considerazioni significative su Collodi nella ideazione delle Storie di un burattino. Tante piccole o grandi cose sono la risultante della produzione pittorica e letteraria di Ennio senza mai scendere a compromessi con il mondo “venale” dell’arte. Il tema del nostro “confrontarci” si è sempre basato sulla “ricerca delle recondite armonie” nell’individuo, che una volta rivelate possono far fare il salto di qualità o a volte determinare la rottura di un’amicizia. Tuttavia, sebbene su strade diverse, le nostre esperienze si sono delineate in un comune denominatore rappresentato da quel disagio interiore di chi nella vita continua a ricercare la propria identità, l’inquietudine di chi scava continuamente dentro il disagio fino a raggiungere uno stato perfetto: quello della solitudine. Una solitudine che non dà sorprese. E’ in questa condizione che si possono iniziare viaggi immaginari che non riguardano un viaggio compiuto, ma una somma infinita di viaggi fatti durante la vita in solitudine. Ed Ennio, su questo, è stato davvero un “Maestro”.

                                                                                                                        Massimo Mercanti

 

 

 

Il “presepio” di Cetona

 

Quando si ha il privilegio di vivere in un piccolo paese come quello di Cetona si ha il senso della qualità della vita. In verità quanto detto potrebbe sembrare un controsenso se visto con gli occhi del cetonese che in questo luogo vi vive da sempre e a volte vi vegeta… Eppure c’è chi ha scelto Cetona come luogo ideale per osservare il mondo. Un punto di vista diverso dai salotti mondani, dai luoghi delle opportunità per due operatori nel campo dell’arte come per scontato sono le grandi città, . Da molti anni Tazio Angelini e Fausta Ottolini vivono questa “straordinarietà” nel loro tempio dell’arte incastonato, o meglio ancora scolpito, all’interno delle mura cinquecentesche della loro dimora cetonese. Un luogo dove il tempo e lo spazio si possono annullare ma percorrendo i saliscendi dei meandri hai la sensazione che quel tempo, che non è altro che il tuo tempo, si dilati per divenire millennio. Un percorso quello nella Galleria d’arte Archidoro che ti apre al fascino e alla  conoscenza delle tecniche con quel pizzico di mistero. E allora ti accorgi che qui, tra vestali e figure simboliche, esoteriche nella loro religiosità e bellezza, il ritmo del tempo ti rimanda al rito della ricorrenza e improvvisamente, per trasmettersi dalla mente al cuore, ti appare non il “presepe” ma il “presepio”, che per sua radice celeste e ramo terrestre Tazio e Fausta, da artisti laici rispettando il sacro, lo hanno collocato in una loro costellazione atavica come potrebbe essere quella del cavallo. E’ questa la genialità, la differenza sostanziale di chi per una ricerca della contemporaneità ha scelto Cetona come area speciale, adagiandosi nel passato per il futuro.

                                                                                    Massimo Mercanti

 

 

 

Il caso del medico Alberto Rinaldi di Piazze fa discutere

 

Una “bufera” forse pretestuosa quella nata intorno al famoso caso del Dr Alberto Rinaldi di Piazze di cui abbiamo già dato conto su queste pagine.

A fare notizia l’intervista rilasciata a “Il Cittadino On line” e “Corriere di Siena” dal Prof. Giuseppe Richichi autore di una indagine svolta sulla misteriosa morte del medico curante di Arturo Toscanini. Secondo l’illustre professore romano con “il pallino delle indagini investigative” la trasmissione del 2 novembre di “Chi l’ha visto?”, che si è occupata del caso Rinaldi, è stata incompleta nell’informazione in quanto a suo dire nel servizio non è stato fatto alcun cenno a quanto da lui scritto (e pubblicato in un volumetto fuori commercio) sulla terapia e sulla morte del Dr Rinaldi tanto da chiederne i “motivi” alla responsabile della trasmissione stessa. Se mai conosceremo quali possono essere state le cause ostative di tale “censura” mi permetto di entrare nel merito della questione se non altro per aver contribuito, in tempi meno sospetti, alla promozione di iniziative conoscitive della figura del Dr Alberto Rinaldi. Alla luce del dibattito che ne è scaturito soprattutto dopo la recente pubblicazione del libro da parte di Susanna Rinaldi (Il medico di piazze. La storia del dottor Alberto Rinaldi che guarì il maestro Arturo Toscanini e centinaia di malati incurabili – Edizione Emmecipi - ) è da ritenere che l’interpretazione “logico deduttiva” del mistero avanzata dal Dott. Richichi, è una di quelle spiegazioni che lascia comunque scontenti tutti coloro che del Dott. Rinaldi e della sua “prodigiosa scoperta” ne desiderano un “riconoscimento ufficiale”. In primo luogo dalla medicina, cosa che leggendo l’analisi fatta dal Dott Richichi sarebbe assai dubbia nel caso fosse comprovata la verità sul portentoso “metodo” clinico e terapeutico di tipo “omeopatico”. Infatti l’omeopatia, come diverse altre medicine complementari e tradizionali, è riconosciuta appunto in complemento alla medicina ufficiale in tutti paesi occidentali civilizzati tranne che in Italia. Anche l’ipotesi suggestiva dell’omicidio scaturito nell’ambiente farmaceutico resta comunque un ipotesi come le tante altre che hanno messo in cattiva luce la reputazione del Dr Alberto Rinaldi. E allora confutando pure la sentenza del processo di Brescia, per il quale nonostante il tempo trascorso si potrebbe conoscere anche chi sostenne le spese legali della difesa del condannato, figuriamoci il clamore se l’alone di mistero che avvolge la figura del Dott. Rinaldi venisse meno anche sulla causa che determinò l’omicidio, verosimilmente molto più terra terra come sembrerebbe quella confessata in punto di morte, da un certo “soldatino” che nella sua vita, per bisogno, ebbe la malaugurata idea di avventurarsi in un furto di denaro mal riuscito. Cosa rimarrebbe della figura del Dott. Alberto Rinaldi se l’ipotesi veritiera fosse solo quella di uno stupido assassinio di un medico per giunta omeopata? Solo il fatto di essere stato il medico curante di Arturo Toscanini. Questo e non altro può documentarsi in via ufficiale. Meglio lasciare l’alone di mistero per lo sfondo di un romanzo o per un soggetto cinematografico…se non altro potrebbe essere legittimo “motivo” no?

                                                                             Massimo Mercanti

 

 

Cetona tra kebab e “cùculi”

E’ luogo comune che le tradizioni sia orali che scritte sono saperi trasmessi di generazione in generazione. Non importa se sono utili o inutili: le tradizioni hanno un contenuto per così dire affettivo, riescono a definire i confini dove ognuno di noi si può riconoscere rispetto all’odierno disorientamento provocato dalla complessità della globalizzazione.

Del tema in questione se ne parlerà nei prossimi giorni 20 e 27 novembre a Cetona in occasione di un Cineforum organizzato dalla Pro Loco e Fondazione Balestrieri a cura di Elena Bussolotti. Lo scopo è quello di riflettere sui significati e comportamenti di un sociale appartenente a un’epoca trascorsa come quello rappresentato dal mondo rurale. Durante gli incontri verranno offerti al pubblico i “cùculi” con l’annacquato, tradizionali biscotti fatti in casa che nei tempi rievocati identificavano il momento della “mietitura”.   

L’aspetto curioso è che a volte i fautori nonché organizzatori di iniziative che rimandano alla tradizione sono quelle persone che per la giovane età dovrebbero essere rivolte più all’interesse verso la “modernità”. A volte è il mondo giovanile che nel suo “dare”, “comunicare”, farsi attivi nel “consegnare agli altri” rischia di dare l’impressione di una dipendenza dal passato, un passato rassicurante, che impedisce l’innovazione e l’evoluzione della comunità. L’assortimento dei protagonisti nel recupero della tradizione è tale che fai fatica a distinguere nelle modalità dei riti, nei costumi, nei comportamenti, se questi sono un messaggio di “sopravvivenza” di un mondo andato o forme differenti che la tradizione popolare utilizza per consolidare dei legami sociali. Quali sono i motivi che spingono giovani internauti a trascurare connessioni ad alta velocità con i loro computer per cimentarsi in azioni rievocative di un passato, fatto di bandiere e costumi di stoffa colorata e il tutto farcito da menù tipici impastati sapientemente dalle mani della nonna? O meglio ancora, utilizzare strumenti moderni per “digitalizzare” immagini e parole di un mondo passato da proiettare e trascrivere per il futuro? E’ un tentativo di preservare la “cultura locale” dall’annientamento della varietà a favore di una cultura egemone globalizzata. Una via di fuga dall’assalto invadente di un MacDonald o un Kebab che non appartengono alla nostra cultura e che ci invadono insieme ai tanti centri commerciali e altri cubi di cemento contenitori di quelle macchine elettroniche riproducenti in chiave moderna il mercato, la vita sociale e il divertimento del “villaggio”. Tutto questo “darsi da fare” tra un salto da un tempo all’altro fa sentire quanto sia latente il rancore verso l’omologazione culturale, la globalizzazione del linguaggio, degli interessi, della vita in generale che ci induce ad auspicare il recupero, o almeno il salvataggio di quello che consideriamo il nostro patrimonio culturale. Ecco che allora il punto di vista che può fare la differenza entro l’assortimento dei ripropositori della tradizione è la “memoria” come sottolinea Elena Bussolotti rifacendosi al testo Memoria e identità di Ugo Fabietti e Vincenzo Matera - “La memoria è infatti la facoltà grazie alla quale gli esseri umani stabiliscono una connessione tra il passato e il presente e tale rapporto è un ingrediente basilare dell’identità: la collettività, come l’individuo, possono riprodurre la propria identità solo attraverso la memoria, stabilendo continuità e rotture”-. A Cetona con un assaggio del “cùculo” e con le iniziative in programma che seguiranno verrà offerta al pubblico una riflessione su quello che è stato il “Novecento”,  i valori insiti nel mondo contadino, tramite la riscoperta della memoria storica e di un’identità culturale, a livello individuale, ricercando valori liberatori, veri e autentici, da riapplicare nel contesto sociale attuale per ricrearci e riappropriarci di contenuti significativi nella vita quotidiana.

                                                                                                            Massimo Mercanti

 

 

 

Il caso del Dott. Alberto Rinaldi a "Chi l'ha visto?"

I meccanismi della comunicazione, con i loro metodi classici di trasposizione dei piani, ai fini di una possibile lettura della realtà dei fatti, sono davvero infallibili. Prova del tutto casuale è uno dei tanti autori sconosciuti di un blog (Master Top Forum che parla di poteri occulti, sette segrete, Massoneria, Rosa Rossa, omicidi strani e di suicidi) che non sapendo in quale argomento inserire la vicenda dell’omicidio del Dott. Alberto Rinaldi di Piazze ha pensato di ritenere il fatto uno di quei casi da inquadrare nel contesto di “vittime del sistema”. Neanche farlo apposta è stato proprio questo il significato conclusivo del servizio mandato in onda nella trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?” di lunedì 2 novembre. A Piazze, un piccolo paese della toscana in provincia di Siena, agli inizi del novecento un medico scopre un farmaco miracoloso che guarisce artriti, artrosi e molte altre patologie. Negli anni trenta tra i suoi pazienti, Arturo Toscanini e tanti altri personaggi famosi. Nel 1935, il medico, bistrattato dalla scienza ufficiale, è stato ucciso fracassandogli il cranio e ha portato con sè il segreto nella tomba.

Il servizio enuncia l’antifascismo di Toscanini e il profondo legame di amicizia tra il medico curante e il famoso direttore d’orchestra, logico concludere che i fascisti avrebbero ucciso Alberto Rinaldi. Tuttavia il rischio corso in questo caso è stato quello che ciò che è chiaro e apprezzato da alcuni è malinteso o rifiutato da altri. Sarebbe bastato raccontare la “verità processuale” se non fosse che i fatti all’epoca ascritti come la condanna del sospetto omicida, non hanno fugato i dubbi e il mistero è rimasto. E allora? Forse sarebbe stato meglio trattare una vicenda della storia italiana mai del tutto chiarita come quella del delitto Rinaldi affidandosi ad un altro genere di trasmissione televisiva come Blu Notte di Carlo Lucarelli per scandagliarne minuziosamente la dinamica, i risvolti investigativi e processuali attraverso una rigorosa documentazione. La prodigiosa scoperta e la figura del medico Rinaldi avrebbero risaltato di luce propria e un testimonial d’eccezione come Toscanini sarebbe stato solo di supporto al rango di un “effetto collaterale” su tanta celebrità.

Ma nell’epoca della banalizzazione dominante la disparità di livello culturale e sociale tra le due trasmissioni televisive, o meglio ancora, tra le spiegazioni da dare ai fatti in mancanza di una chiave di lettura del mistero, avrebbero influenzato molto la tecnica di racconto che non è giornalistica ma narrativa. Meglio la punteggiatura e la musicalità proprie del romanzo se non altro fanno la differenza…e appassionano il pubblico.

                                                                                                                 Massimo Mercanti


Il video integrale “Il medico di Toscanini”

 

 

Mannaggia a te Gianfranco!

 

Ogni tanto prendendo l’ennesimo caffè della giornata o commentando alcune tristi notizie della cronaca paesana capitava di scherzarci sopra: che ci vuoi fare…se ne vanno sempre i migliori. Era il congedo che rimandava all’appuntamento del successivo sabato mattina, per il solito caffè, per i soliti commenti, per i nostri briefing sulle iniziative della Pro Loco. Ma questa volta il sabato di un agosto come tanti altri è stato l’ultimo davanti ad un caffè, l’ultimo formale incontro seduti, uno davanti all’altro, all’Ufficio Turistico per il consueto lavoro sulle iniziative programmate. Gli ultimi sguardi di saluto lungo il marciapiede.

Poi nel pomeriggio squilla il cellulare e la notizia non è di quelle da commentare ma da vivere istante per istante con l’angoscia in gola. L’autoambulanza è gia sul posto e dentro c’è il tuo amico di sempre che sta lottando tra la vita e la morte. Non puoi fare nulla se non osservare i numeri che compaiono sul monitor che ti avvertono se il suo corpo reagisce ai medicinali inoculati nelle tante vie di assunzione dalle numerosi mani soccorritrici, se nelle parti del suo corpo c’è un minimo di segnale nonostante l’elettrostimolazione e il massaggio cardiaco. L’elicottero in fase di atterraggio fa oscillare quella piccola isola di soccorso ma le rigorose procedure impongono di non fare un viaggio inutile, occorre stabilizzare la situazione e allora è un continuo passaggio di tubi e tubicini, fiale e liquidi intravena, domande degli operatori sanitari che si confondono nell’angoscia delle risposte. Non importa se sono o non sono un parente stretto, sono comunque un amico, lì presente, mentre gli altri conoscenti o curiosi sono tenuti a distanza. Un carabiniere chiede della data di nascita, rispondo inebetito con lo sguardo rivolto sull’amico ignaro di tutto quello che gli sta accadendo intorno. Cosa importa se sei un personaggio controverso, la tua coscienza è a nudo davanti a tutti come il tuo corpo inerme sulla lettiga. E’ nato a Roma il 17 dicembre del 1943, ci sono voluti circa 66 anni per giungere a questa scena finale sul prato di Cetona circondato da curiosi e conoscenti e al centro un maestoso elicottero giallo a sua disposizione pronto a trasferirlo. Se ti avessero detto che sarei stato li accanto a te tenendo tra le mani la tua dentiera racchiusa in un sacchetto a scrutare ogni tuo sperato sussulto ti saresti sbellicato dalle risate. Invece questa volta è solo un breve racconto tra le lacrime. Una sequenza di un film che non avrei mai voluto vedere…le pale dell’elicottero girano, il portellone si apre, tutti ti spingono dentro, è l’estrema corsa finale, è l’ultimo sguardo che ho rivolto al tuo volto, finché solennemente tra la polvere sollevata su quello che è la vita, ti sei verticalmente elevato in cielo. Sto piangendo Gianfranco, non ho altre parole per commentare quel breve messaggio notturno che mi annunciava l’arrivo al traguardo. Mannaggia a te che sei voluto essere tra i migliori ad andartene così.    

                                                                                                               Massimo

 

 

 

PITECUS e la gente di Cetona

“Ma pecché la gente non se ne sta a la casa…pecché la gente esce? Pecché? Pe quale motivo...Pecché? Simo noi Gidio…simo noi Gidio…” Sono le prime battute di Pitecus lo spettacolo crudele e delicato che analizza i comportamenti umani dal di dentro e li stronca dal di fuori, mette in berlina chi agisce e chi subisce azioni. Antonio Rezza è tornato a Cetona a distanza di vent’anni dal Premio Nazionale Cetona Cabaret che lo vide vincitore nella 3^ edizione del 5 agosto 1989.

E’ tornato per riproporci attraverso l’uso dei quadri di scena i suoi personaggi, laureati, sfaticati, giovani disperati alla ricerca di un occasione che ne accresca le tasche e la fama. Uno spettacolo che analizza il rapporto tra l’uomo e le sue perversioni, persone pluridecorate alla moralità che speculano sulle disgrazie altrui, anziani in cerca di una identità che li aiuti ad ammazzare il tempo prima che il tempo ammazzi loro. Persone che tirano avanti una vita ormai abitudinaria, individui che vendono il proprio corpo in cambio di un benessere puramente materiale, esseri che viaggiano per arricchire competenze culturali esteriori e superficiali. E così da quella barriera di stoffa che scorre sul palcoscenico Rezza ci ha regalato uno spaccato veritiero della nostra società facendo ridere il pubblico fino alle lacrime. Quel pubblico che a volte pensa di assistere ad uno spettacolo senza sapere che sta andando in scena una di quelle rappresentazioni del nostro essere che ci rende stracci di una realtà. Come quella delle tante mamme che lasciano correre imperturbati i loro figli schiamazzanti sul luogo della rappresentazione pensando che uno spettacolo gratis fatto sulla piazza del paese dia loro il diritto a sentirsi fuori dal contesto di quelle sublimi cattiverie che a volte ci rendono comici e nello stesso tempo aggressivi e caricaturali. Gia! Ma pecché la gente non se ne sta a la casa…pecché?

                                               Massimo Mercanti                                                      

 

 

 

Chiacchiere dal barbiere.

Roba da matti! Se lo racconti in giro non ci crede nessuno! E’ la battuta che spesso usa il mio  barbiere ogni volta che assesta una sforbiciata nelle capigliature mutate come il tempo ci muta. Quando vado nel suo santuario per incrociare le forbici che danno la forma del presente, il nostro dialogo non è altro che un resoconto patetico. Una serie di pettegolezzi sugli ultimi avvenimenti che solo una post-riflessione ci aiuta a ricostruire un modus vivendi non solo cetonese.

Mentre sei lì a parlare con la distorsione dello specchio assumi di volta in volta la figura che gli altri vedono in te. Allora succede che se le domande sono rivolte al Presidente della Pro Loco non puoi che raccontare gli aneddoti vissuti all’Ufficio Turistico. Come quello di un anziano signore che confessando difficoltà motorie e visive telefona da Bari chiedendo se a Cetona ci sono dei villaggi turistici al modico prezzo di 20 euro a persona in pensione completa. Amareggiato dalla risposta fornita dall’addetta, gia che c’è e abusando della gentile disponibilità dell’indispettita operatrice, chiede se sull’Isola d’Elba vi sono per caso dei paesi e gli eventuali porti d’imbarco con orario dei traghetti. Quando si dice sui costi della globalizzazione e sull’impossibilità ad utilizzare internet. Ma questo è nulla in confronto con una turista che si rivolge sempre all’Ufficio Turistico chiedendo un itinerario stradale da Cetona a Roma, che non si discosti molto dal tracciato autostradale, con possibilità di sosta “al fresco” per effettuare, insieme alla famigliola, piccole merende rifocillanti. Attenzione, nel viaggio che li ha visti giungere a Cetona hanno gia fatto sosta a Orte, Bomarzo, e a Orvieto. A questo punto se la via Cassia, alla volta di Bolsena, viene pregiudizialmente rifiutata, puoi mancare di rispetto se suggerisci l’acquisto di un panino e una fresca bibita da ingurgitare all’ombra degli autotreni nei piazzali di sosta delle aree di servizio di Fabro, Tevere, Giove e Flaminia Ovest?

Ma la retrostante vista del taglio della capigliatura ti fa credere per un attimo di essere cittadino del mondo e allora racconti di quando un gruppo di francesi ha preteso seduta stante che l’operatrice dell’Ufficio Turistico valutasse dettagliatamente la spesa economica di un viaggio da Cetona a Roma dell’allegra brigata, da effettuarsi, in base alla convenienza, in treno o in auto con tanto di itinerario in città con l’individuazione dei parcheggi. Oppure ti lasci andare al racconto di un sabato cetonese, quando stando seduto al bar, non hai potuto fare a meno di ascoltare una conversazione telefonica di una “Signora romana” che mette al corrente un conoscente di trovarsi ospite di una amica a Cetona. Di certo l’ignaro interlocutore ha chiesto come fosse il paesello. La risposta è stata quella che ti fa subito pensare come sarebbe meglio non pagare le tasse per far perdere tempo agli operai del Comune a tagliare l’erba. “Un paese troppo leccato, strade e vie pulite che non si addicono al mio gusto…manca di spontaneità…” Chissà cosa avrebbe raccontato se avesse visto aggirarsi “l’indigeno” quasi ottantenne in pantaloncini corti, con la merlite, incedere a piedi scalzi sulla piazza. Di certo avrebbe fatto la foto ricordo come fanno migliaia di turisti in posa con il Centurione davanti al Colosseo. Al solito il mio “coiffeur” dando l’ultimo colpo al verso dei capelli pronuncia sempre a voce alta: non so se mi sono spiegato…con una testa così sembri una persona importante! E mentre lui “sgrulla” i capelli dalla mantella mi torna in mente quella Signora attempata con fare intellettuale venuta a chiedere, sempre all’Ufficio Turistico perché punto Informazione, se per caso avessimo da parte quell’articolo di Guido Ceronetti che parla delle tante bugie sui vecchi (La Stampa.it 15/7/2009). Scaricando da Internet l’articolo richiesto mi sono permesso di aggiungere che mi era capitato di leggere ancor prima la risposta data, al quadro minuzioso di tutti i danni della vecchiaia, da un altro grande intellettuale come Arrigo Levi (La Stampa.it 17/7/2009) nella quale esaltava la crescita mentale, la saggezza che si accresce cogli anni, su quel grande patrimonio di idee e di parole che il tempo accumula in quella scatola misteriosa che ha nome cervello. “Ah si? Mi trovi e stampi per cortesia anche quello!”. E’ stato in quel momento che mi sono reso conto che a volte quell’energia vitale della verità sul nostro essere, si manifesta “purtroppo” anche a Cetona. Buona estate.

                                                                                                 Massimo Mercanti

 

 

 

Cetona, un luogo dove le cose accadono

 

Riesce difficile, a distanza di una settimana, commentare la 3^ edizione del Premio “Cetonaverdepoesia 2009” dopo che tutta la stampa italiana e le edizioni locali ne hanno parlato già ampiamente attraverso comunicati stampa, descrivendo le due giornate con i particolari nella cronaca, pubblicando interviste rilasciate dai nomi più altolocati della poesia e dell’editoria italiana presenti per l’occasione a Cetona. Solo ricordare il vincitore Massimo Gezzi con la poesia La tempesta del ’98, componimento poetico ispirato dal tema “La natura: meraviglia e disastro”, può apparire di per sé un fatto denso di significati in una manifestazione organizzata in maniera splendida da Mariella Cerutti Marocco, sotto il patrocinio del Senato della Repubblica ed il contributo di Intesa San Paolo. Inoltre non ho di certo la competenza necessaria per fare un autorevole commento sui giovani talenti finalisti del premio sui quali hanno già rivolto il loro apprezzamento una giuria composta dai più noti critici e scrittori italiani come Guido Ceronetti (Presidente d’onore), Maurizio Cucchi (Presidente), Arnaldo Colasanti, Giuseppe Conte, Giorgio Ficara, Vivian Lamarque e Antonio Riccardi. Tuttavia è interessante notare che un Premio Nobel come Seamus Heaney non "avrebbe mai immaginato" di poter ritirare a Cetona un riconoscimento alla carriera e questo la dice lunga sul percorso graduale delle tante tappe della sua vita culturale e professionale, guardando sempre alla fattualità della vita e se non altro per una sua dichiarazione “ A me non interessano né il pittoresco né le facili suggestioni” (Intervista a la Stampa.it). Chissà se anche lui sarà rimasto affascinato dal luogo come il Sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta che esprimendo tutto l’apprezzamento per l’iniziativa non ha nascosto che “L’arrivo a Cetona è già un invito alla poesia, un godimento dello spirito. Il paesaggio che ti introduce a questo paesino, che sa di paradiso e ogni via, è una poesia”. Basterebbe l’auspicio, in conclusione del suo lungo intervento, a far riflettere per un attimo sull’emozione provata dai partecipanti e da tutti coloro che hanno assistito tra il numeroso pubblico a questa iniziativa: “…che da Cetona parta un nuovo inno alla poesia, per un nuovo stimolo a tutti gli italiani a ritrovare nella serenità, nella pace, quella pace che questa natura bellissima naturalmente ispira e con la forza dello spirito che viene dalla poesia, anche la forza e la fiducia per affrontare un avvenire che si preannuncia difficile ma che speriamo possa essere altrettanto sereno come il passato.”. Dicevo delle difficoltà che insorgono, quando ti metti dalla parte di colui che ha il compito di raccontare il dove e perché avvengono certe iniziative che a volte, come nel caso di Cetona, danno lustro a una comunità “periferica” come la nostra. E qui lungi dal “saper usare una mente doppia per mettersi sempre nei panni dell’altro” come ci ha parlato il nobel nord-irlandese Seamus Heaney. A farmi sentire davvero parte di questa iniziativa sono state le brevi parole del nostro primo cittadino Fabio Di Meo che in apertura della manifestazione davanti a una gremita Sala Consiliare ha semplicemente ricordato “…come i luoghi siano uno degli elementi caratterizzanti…”, come appunto la Sala del Consiglio, - “simbolo della tradizione e delle esperienze civiche del nostro Comune, e allo stesso tempo testimonianza viva e attuale della nostra azione amministrativa, cioè dell’impegno che una comunità profonde per governare se stessa”. Ascoltando queste parole mi sono reso conto che il messaggio non era rivolto solo a quel mondo che pensa alle Georgiche di Virgilio, ma ai semplici cittadini di Cetona non abituati a certi eventi che al contrario, con la complicità meravigliosa del “luogo” tra i più belli d’Italia, favoriscono una “conversazione tra generazioni”. E così evocando la piazzetta della Collegiata dove sul sagrato si è svolta la serata finale del Premio, il nostro Sindaco ha ricordato come sia - uno dei luoghi più evocativi e carichi di storia che il nostro Comune può vantare. Una storia secolare dipinta dalle nostre mura, dalle nostre piazze, dai vicoli e dagli scorci del nostro centro storico. Come non condividere con lui quando con uno scatto di dignità e guardando negli occhi i presenti ha affermato che “sono tutti luoghi che noi amiamo, di cui andiamo orgogliosi e dei quali siamo anche gelosi”. Come non essere fieri di appartenere a questo luogo quando ancora il tuo Sindaco con voce ferma e senza alcun timore o timidezza afferma “ …e quando scegliamo di parteciparli e di condividerli lo facciamo consapevolmente e con la responsabilità di una custodia che si tramanda di generazione in generazione”. Ed oggi, grazie a questo evento, “ possiamo nobilitarli ulteriormente, ribadendo la loro significatività e veicolando il loro senso rinnovato attraverso la cultura e la poesia”. Se lo spazio di un piccolo commento a una grande iniziativa lo permettesse sarebbe davvero interessante trascrivere tutto il testo del discorso di saluto fatto dal Sindaco Fabio Di Meo se non altro per sottolineare i passaggi significativi che danno “il senso delle cose” a coloro che a volte ascoltano distratti i “discorsi istituzionali” privilegiando il momento di mondanità fine a se stessa. Vale solo la pena ricordare le parole sulle quali al termine dell’intervento i tanti presenti si sono lasciati andare in un lungo applauso: “…con il progetto Cetonaverdepoesia…sono state compiute delle scelte…che inorgogliscono e che fanno di Cetona, del nostro Comune, non solo lo scenario dell’evento, ma un pezzo della sua natura…perché già nel nome è enunciato quel legame intrinseco, inscindibile, che fa del nostro paese non un contenitore del premio, ma uno dei contenuti…Siamo riusciti negli anni ad utilizzare la cultura come un collettore di esperienze, di umanità, di conoscenze, a mantenerci sempre baricentrici rispetto a ciò che ci accade intorno…ed il Premio Cetonaverdepoesia diventa così  un ulteriore momento in cui Cetona torna a stare al centro degli eventi,  a stare lì dove le cose accadono”.

                                                                                                          Massimo Mercanti

 

cronaca fotografica della serata conclusiva a cura di Stefania Calussi

 

 

 

                                                                                                  

Cetona ispira gli aforismi...

 

 

Un politico indiano, Mahatma Gandhi disse molto più semplicemente “Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere” ma purtroppo nessuno è profeta nella (propria) patria. Figuriamoci se nella terra di Niccolò Machiavelli il termine “cambiare” come quello diffuso ultimamente da numerosi cetonesi può spronare a “Cambiare le cose”.

L’aforisma contrapposto sarebbe subito quello che dice “Deve essere ricordato che nulla è più difficile da pianificare, più dubbio a succedere o più pericoloso da gestire che la creazione di un nuovo sistema. Per colui che lo propone ciò produce l’inimicizia di coloro i quali hanno profitto a preservare l’antico e soltanto tiepidi sostenitori in coloro che sarebbero avvantaggiati dal nuovo”. Va da sé che “cercare di cambiare le abitudini delle persone e il loro modo di pensare è come scrivere nella neve durante una tormenta. Ogni venti minuti occorre ricominciare tutto da capo”. Non c’è niente da fare, puoi anche giocare con gli aforismi ma più guardi la realtà di Cetona e più scopri la loro verità. E i problemi assumono subito l’aspetto del paradosso. C’è l’esigenza dei parcheggi? Si ricorre a una soluzione, ma qualcuno si mette a misurare il tempo e la lunghezza dei passi perduti. Osservi l’oggetto della questione, in questo caso la piazza del paese, e ti accorgi che l’isola pedonale costituita da anni è in qualche modo circondata dalle auto. Ci sono quattro più quattro parcheggi ai lati e l’anomalia di una quinta auto provoca in maniera esponenziale “il diritto” a parcheggiarne sette da un lato e venti dall’altro. Hai l’esigenza di venire in piazza con l’auto a fare la spesa? Per carità, roba da femmine. Loro vanno a piedi con i sacchetti traboccanti. Il motto è “Le nostre facoltà restano addormentate, riposando sui guanciali dell’abitudine”. Sono i maschietti che vanno in auto in piazza a prendere il caffè e l’aperitivo al bar. Altrimenti dove sta la comodità! Al massimo si può sempre esporre un visibile cartellino per i portatori di handicap. Questo da il diritto a sostare al centro della piazza per oltre sessanta minuti davanti al negozio del macellaio, caricare la spesa nel bagagliaio, notare che ha smesso di piovere, approfittare per fare una passeggiata a piedi nel centro storico e andarsene via dopo aver sorriso beffardamente ai curiosi che ti stanno osservando. “Il problema non è mai come farsi venire in mente qualcosa di nuovo e innovativo ma come eliminare le convinzioni vecchie”. Bisognerebbe dirlo non solo ai cittadini di Cetona. Basti pensare che in altri luoghi limitrofi undici parcheggi nel centro storico invasi da un set cinematografico internazionale hanno suscitato le ire e le proteste di quelli che non giocano con gli aforismi e se ne infischiano dei paradossi. Fortuna che c’è qualcuno che rispetta e apprezza le “qualità” del luogo. E non sono pochi. Quelli che suscitano più ammirazione di solito arrivano a Cetona in Lamborghini di color bianco o nero, in modo da non esserci dubbi nella loro conoscibilità. Si accorgono dell’isola pedonale sulla piazza del paese e inconsapevoli del fatto che sarebbe di buon auspicio anche in nome del buon senso, far sostare simile gioiello nel consono salotto, vanno a parcheggiare nello spazio più lontano e buio non curanti del rischio graffio allo sportello. A piedi entusiasti di poter ammirare il suggestivo spazio vivibile della piazza si dirigono nella boutique dall’arredamento sobrio e raffinato a fare shopping delle ultime novità di stagione. Escono dal negozio e con le loro buste argentate siedono per un aperitivo nel bar accanto nel quale si respira il fascino dell’antico. Poi stuzzicati dall’appetito scendono, salgono o si infilano verso i luoghi della buona cucina dove di solito le ricette derivano dalla tradizione di famiglia o al massimo sono tramandate dalla creatività degli abitanti nel luogo. Il tempo di attraversare di nuovo la piazza per scattare un’istantanea ricordo e accorgersi della salumeria invitante un ultimo acquisto in onore di questo paese. E’ a questo punto che terminando il gioco con gli aforismi ti accorgi che “Il cambiamento è una legge della vita e coloro che si ostinano a guardare sempre solo al passato o si concentrano unicamente sul presente possono essere sicuri di perdersi il futuro”. Ma subito dopo il pensiero non può che andare al poverello di Assisi che ebbe a dire “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”.

                                                                                                           Massimo Mercanti

 

 

 

In ricordo di Don Mauro Franci

 

A distanza di anni ero andato a far visita ad un amico e varcando il cancello d’ingresso di una particolare dimora ho subito provato la sensazione di ripercorrere luoghi e situazioni che sebbene cambiati nel tempo portano in sé qualcosa di familiare, in ogni modo conosciuto. Quell’amico se n’era andato via da Cetona con la dignità e la compostezza di chi obbedisce ad un superiore e da poco vi era tornato in silenzio e con la riservatezza che lo ha sempre contraddistinto. Non ho mai indagato sui motivi del suo allontanarsi dalla comunità, so solo che quel giorno Cetona ha perso una presenza importante, significativa per tutti coloro che credono nell’importanza di un insegnamento che non si può pienamente accettare nel proprio intimo, se non si apprezza il compito difficile di colui che, impartendolo, ne ha fatto motivo di vita.

Chi ha conosciuto il sacerdote Don Mauro Franci potrà capire quanto a volte è importante l’amicizia, la riconoscenza verso persone che almeno una volta nella vita sono ricorse a una parola di conforto, ad un consiglio senza tener conto di una “veste di parroco”. Andato a curar le anime nel vicino paese di Scrofiano per “sorte del Buon Dio”, proprio in quel luogo ebbe a scrivere che “l’Amore è misterioso, non si vede”, ma percorrendo le stanze di “Casa Famiglia” in Cetona, la casa di riposo che ha visto per molti anni “la sua incessante azione” e che lo ha accolto al suo ritorno, ho potuto comprendere come quell’Amore è svelato dai tanti segni. Il vedere una comunità nella deriva fisica della propria vita accudita dalle premurose mani di un “personale” specializzato nel dare calore e assistenza. E' stata proprio quella mia intrusione inaspettata a farmi conoscere nella sua verità quanto una parola, un sorriso, una carezza sul volto scavato dalla sofferenza, un fiore giallo su di una tavola da pranzo, ti facciano scoprire e sentire l’amore verso gli altri, quella “accoglienza e pace” a volte speranza insperata. Più salivo verso la sua stanza più riflettevo su quel “mistero nel mistero d’un paese” e della sua comunità. Mentre scorgevo camici bianchi accudire anziani si svelava in me, sempre di più, quel mistero fonte di gioia. Ed è stato subito un brillare degli occhi al nostro incontro. Come due vecchi amici al capezzale delle proprie e diverse esperienze di vita ma che in comune hanno il senso della riconoscenza su cose d’amore sulle quali non si può scherzare. Prima di congedarmi da lui ci siamo scambiati l'ultimo sguardo con il sorriso denso di significati: quello sereno di colui che sa di aver speso la vita con gioia per il prossimo e quello di gratitudine per un insegnamento da non dimenticare.

                                                                                                 Massimo Mercanti

 

 

 

Cetona rende omaggio a Ceronetti

 

A volte raccontare un aneddoto è molto più efficace per una spiegazione di un “perché” complesso il cui presupposto per la sua comprensione è costituito da conoscenza e intellettualità che non sempre ci appartengono. Ma un aneddoto per quanto funzioni resta un aneddoto. Ed è per questo che occorre il supporto di persone rappresentative per far conoscere lo spessore culturale di un intellettuale a “tutto tondo” che va dall’essere poeta e filosofo al teatrante e marionettista. Così è stato nella giornata di sabato 28 marzo, quando il Consiglio Comunale di Cetona, riunito in seduta straordinaria, ha conferito la “cittadinanza benemerita” a un grande uomo di cultura tipicamente novecentesco come Guido Ceronetti. Chi è Ceronetti ce lo hanno spiegato, oltre i suoi libri e i vari articoli sulla stampa, le lettere spedite da personalità, purtroppo non presenti per l’occasione, come il giornalista e suo amico Sandro Viola, il presidente della Fondazione Alce Nero, Gino Girolomoni profeta del vegetarianesimo, nonché coloro che con la loro presenza hanno reso omaggio alla “cultura” di Ceronetti facendone motivo di riflessione prima e un interesse di vita poi come il filosofo Giovanni Marinangeli. Consegnato l’attestato nelle mani di Ceronetti, il Sindaco Caldesi ha chiesto quale è stato il primo impatto dello scrittore con Cetona e il nostro “Grillo parlante, manicheo fuori tempo" ha raccontato un aneddoto, facendo comprendere immediatamente, più di uno spot pubblicitario, quel “voglio vivere così con il sole in fronte…” in un’isola felice. E così, riconoscendosi nell’uomo comune con le sue difficoltà e i suoi limiti, ha aperto il cuore e la mente all’uditorio suscitando tenerezza, partecipazione e identificazione raccontando che durante una sua prima passeggiata per le vie di Cetona gli si presenta davanti un ragazzo puntandogli una pistola. Ovviamente per essere uno stupido scherzo l’interpretazione del giovane non fu quella di una marionetta. Dall’arma partirono una serie di colpi a salve e lo spavento fu tale che lo scrittore cadde per terra. Questo fu il primo impatto di Ceronetti “annunciatore di apocalisse” con Cetona. Mentre il celeberrimo scrittore con flebile voce raccontava l’episodio, catalizzando la curiosità dei presenti, in fondo alla sala è squillato un cellulare e un sedicente “artista” sconosciuto, senza ritegno alcuno ha pensato bene di impartire una lezione sull’evidente abbattimento dei limiti spazio-temporali tradizionali, così come il recupero dei tempi morti e di quei non luoghi considerati generalmente inutili. E’ proprio vero, il “visibile è in mezzo a noi”, come dire che la presenza del medico porta alla luce tutte le più nefaste malattie che fino al momento della sua venuta erano già presenti ma nascoste. Forse è per questo che dovremmo ringraziare Guido Ceronetti che per ventisei anni ha deciso di vivere, nel verde e nella tranquillità della splendida campagna cetonese… con il suo teatrino dei sensibili.

                                                                                    Massimo Mercanti

 

 

I tempi degli orologi cetonesi

 

Da qualche parte ho letto che “il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria”.   Mi è tornata in mente questa affermazione quando un cetonese mi ha fatto notare qualcosa d’insolito avvenuto sulla Torre del Rivellino. E’ stato ripristinato il solo quadrante dell’orologio e fin qui nulla di eccezionale se non fosse per il fatto che le ore segnate che vi compaiono sono inusuali per chi, fin da bambino, ha visto e sentito lo scandire delle 24 ore con i rintocchi di una campana dell’orologio a numeri arabi sull'edificio scolastico. Da sempre pur notando sulla Torre del Rivellino il cerchio bianco di quel che restava di un orologio, non avevo fatto caso, neanche da una cartolina d’epoca in mio possesso, che un tempo aveva campeggiato un orologio con un quadrante a sei ore e per tale ragione chiamato “orologio alla romana”. Dal punto di vista “storico” ero rimasto all’unico orologio ritenuto importante dalla comunità cetonese: quello posto sulla Rocca del paese e che un terremoto negli anni trenta ne decretò la fine. Anche l’orologio della Rocca aveva un quadrante a 6 ore e con una sola lancetta fin da quando il feudo di Cetona fu devoluto al Granducato di Toscana e venne concessa a Napoleone Burchielli l’uso della Rocca con l’obbligo di tenere “andante” l’orologio e la casa. Le 24 ore erano divise in quattro gruppi di 6 e le suonate complessive, di ore e quarti risultavano così nettamente inferiori rispetto a quelle necessarie per gli orologi con 12 o 24 ore. L’unica lancetta era più che sufficiente per una società che non contava i minuti e si accontentava delle sole ore. Per le frazioni valutavano la posizione dell’unica lancetta fra le intere e questo era più facile se sul quadrante erano segnate solo 6 divisioni. Per secoli si sono succeduti i custodi di quell’orologio fino a quando nel 1886 per 1200 lire fu deciso di cambiare il quadrante diviso in sei con uno “moderno” da 12 ore, suonante le ore, la replica e le mezze ore. Aveva un solo difetto di origine: il dover essere caricato ogni 24 ore mentre comunemente gli orologi da torre si caricano ogni otto giorni. Deve essere stata quella la maledizione che lo fece “crollare a terra” se non altro per la misera paga del valore di 12 scudi che il Comune corrispose al caricatore dell’orologio fino al 1924. Nelle torri di Cetona vi erano quindi due orologi con quadrante a sei ore. Non è cosa di poco conto se si considera che la comunità cetonese ha sempre speso un sacco di soldi per far funzionare gli orologi di pregio più o meno a metà tempo. Quel che resta di quello della Rocca è esposto a cimelio nella bacheca del Comune e l'altro, quello della Torre del Rivellino si è persa traccia con quel "grado di velocità direttamente proporzionale all'intensità dell'oblio". Forse c'è una ragione. Quell'orologio nel 1870 fu tolto dal campanile del Convento dei frati e fatto collocare nella Torre del Rivellino. L'aveva costruito un frate prendendo solo il rimborso per il costo del ferro servito alla costruzione del meccanismo. Per il suo ingegno non prese compensi, forse perché non voleva rimorsi per quella "perdita di tempo"...

                                                                   Massimo Mercanti

 

 

 

                  Due passi nel centro storico di Cetona

                                                               

E’ come ripercorrere il passato stando nel presente. Un pò come salire nella soffitta per rovistare tra le cose che hai messo da parte piene di ricordi. Una retorica fuori luogo ma che ogni volta che affronti il presente non puoi farne a meno di usare. E’ così che accade quando insieme ad alcuni amici ti avventuri nel centro storico di Cetona per visitare le "vecchie stanze" dove una volta la gente si sedeva fuori dell’uscio a "spettegolezzare". Così sali per via Ricasoli e i fantasmi ti compaiono davanti. Il vecchio stabile di Casa Famiglia che trasuda umidità con il suo "murello" recintato perché cadente. L’ingresso dello "Stradone" dove neanche più i gatti si fermano ad orinare negli angoli. Tutto è silenzio e in alcune parti rovina per abbandono, trascuratezza. Eppure i capitelli, i portali in pietra con su incise frasi indecifrabili dall’ignoranza dell’uomo moderno sono lì a testimoniare una cultura d’appartenenza, di orgoglio, di storia. Ma i muri presentano crepe, piccoli smottamenti di pietra rimosse da mani ignote, forse pietose. Non si comprende il motivo per il quale siano in bella mostra le rovine di una vecchia casa bombardata nell’ultima guerra. A testimonianza di che cosa? Di un ingombro inutile o dell’indifferenza? Come quella piccola casa in cima alla salita di Capperone. Da anni in rovina e a domanda ti rispondono: non si riesce a trovare il proprietario. E intanto le generazioni si susseguono. In mezzo a quel luogo che sembra quasi dimenticato dal mondo ti accorgi di flebili luci che filtrano dai pertugi e comprendi che lì ancora vive qualcuno. Poi allargando la visuale ti accorgi dei restauri, delle finestre rifinite, dei portoni dove sono incastonate le contraddizioni di un impianto a citofono, delle targhette non meglio ottonate che identificano il nuovo proprietario. Il "Barbaro" giunto dalla città in fuga dai rumori e dall’anonimato. E tra tutto questo ti chiedi che fine abbiano fatto i cetonesi che una volta animavano queste vie. Dove adesso abbiano costruito le loro dimore lussureggianti di un nulla senza storia e cultura. Nella notte ti accorgi delle luci che circondano Cetona dove una volta il nemico si insediava poco prima di assalire il castello. Sono tutti lì accanto ai loro falò ad ammirare da lontano il loro paese in una vista suggestiva ma che nasconde l’indifferenza e l’ignavia a sentirlo proprio...

                                                                                     Massimo Mercanti

 

 

Alcune delle foto scattate da Luciano Landi per il nostro foto reportage:

Ex Monastero della Congregazione della Beata Vergine della regola delle Domenicane fondato nel 1605 grazie al lascito patrimoniale di Andrea Cioli. Dopo la soppressione del monastero nel 1809 l’edificio divenne privata abitazione e subì successivi frazionamenti. In ultima destinazione l’edificio ospitò l’Istituto casa famiglia per gli invalidi al lavoro. Dopo anni di abbandono è stato ultimamente acquistato da una società immobiliare e come è possibile vedere, gli interventi di restauro non sono ancora iniziati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte   Il blog urbano di Cetona- notizie e curiosità sulla tua città

 

 

  

Ceronetti e il senso del “che tempo che fa”

 

Si direbbe quasi un’intervista impossibile, ma Fabio Fazio è riuscito anche in questo. Guido Ceronetti, l’illustre poeta e scrittore che da anni vive a Cetona si è seduto sulla poltrona di “Che tempo che fa” per sottoporsi alle “ingenue” domande dell’ossequioso conduttore televisivo nella forma e nelle modalità che danno il senso dello stupore e meraviglia, in primo luogo all’intervistatore oltre che agli increduli telespettatori. E così con lo sguardo altrettanto meravigliato, dove qualcuno dice abita l’infinito, il “nostro” poeta che si muove tra il “silenzio, corpo, essere, tempo e viaggio”, ha confessato di parlare della “morte” solo con cinque strettissimi amici tralasciando il fatto che è proprio di questi giorni una sua intensa poesia su Eluana Englaro. Con la sua indefinibile timidezza ci ha spiegato come un tempo avevamo un rapporto diretto con la morte togliendoci per rispetto il cappello dalla testa al suo passaggio. Ma subito dopo ci ha rassicurato mettendoci al corrente che già dal 1927, anno della sua nascita, filosofi eccellenti hanno in qualche modo messo da parte il timore per la morte anteponendo l’immortalità. Noi che siamo abituati a incontralo per strada con il suo bastone da passeggio, a vederlo entrare nel negozio di Pippo per ritirare o inoltrare via fax i suoi contatti con il mondo, abbiamo percepito quella ritrosia alle sue rare, pubbliche apparizioni. Sta di fatto che vederlo lì sotto quei riflettori invadenti la sua purezza d’animo mi sono chiesto se non fossimo noi tutti, cetonesi compresi in qualche modo suoi compaesani, costretti a dare una risposta alle brutture di un mondo moderno che per un attimo ha puntato le luci su noi sconosciuti protagonisti di una sostanziale solitudine. Fortuna che a toglierci dall’imbarazzo ci ha pensato la “marionetta” Litizzetto!     

                                                                                    Massimo Mercanti

 

 

 

Cetona tra “Tigri globali e domatori nazionali”

 

Tre interrogativi sulla crisi economica, che ci assillano da tempo, sono stati i temi affrontati nell’ultimo “Appuntamento letterario” organizzato sabato scorso dalla Fondazione Balestrieri con il patrocinio del Comune di Cetona. La crisi finanziaria internazionale era inevitabile? Imprevedibile? Può essere ingestibile? A queste come ad altre domande hanno risposto il Direttore generale della Banca d’Italia Fabrizio Saccomanni, autore di una edizione inglese del libro “Tigri globali, domatori nazionali” e il presidente della Banca Monte dei Paschi di Siena Giuseppe Mussari, sollecitati e provocati dal giornalista Paolo Franchi. Non sempre accade di ascoltare da vicino i protagonisti della finanza senza i filtri di un resoconto giornalistico o le veline televisive di un telegiornale. Sta di fatto che gli interlocutori hanno subito catalizzato l’interesse del pubblico presente con le loro ricostruzioni che definiremmo “storiche” se non altro per le date significative evocate come quella che segnò la fine del sistema comunista nell’Unione Sovietica contrapposta a quella più recente della “caduta” del sistema finanziario globale. Chi si aspettava un dibattito tecnico è stato colto dalla sorpresa con la quale i due protagonisti hanno dato risposta agli interrogativi posti attraverso un linguaggio semplice e accattivante nella sua diplomazia tanto da essere loquace soprattutto nel descrivere “l’inevitabilità” di una crisi “connotata dalla stupidità nei tratti immutabili della psicologia umana”. Chi da sempre ha una seria “cultura” bancaria che privilegia standard di onesta e integrità, non può che dare lezioni su chi perde la concezione di “rischio” e cosa esso veramente significhi. Ecco che allora dalle parole dei diretti protagonisti scopri la reale capacità del management italiano di saper analizzare le avvisaglie di una crisi che non è “finanziaria” ma “economica”. Ti accorgi come si può difendere il ruolo delle banche italiane e nello stesso tempo comprendere come si può inceppare il sistema quando qualcuno decide di impacchettare un credito a rischio di insolvenza e si mette a giocare con i sistemi finanziari che si reggono sulla fiducia. Un modo per dire “sappiamo di cosa stiamo parlando” e abbiamo fatto “enormi progressi per gestire la crisi sia nazionale che internazionale” ma ancora non sappiamo se si è colta l’indicazione di tipo sistemico per risolverla, soprattutto da parte di chi ha causato questa crisi globale. Le conclusioni alle quali ha fatto seguito un caloroso quanto perplesso applauso sono state quelle che indicavano un futuro nel quale è auspicabile un riequilibrio delle “diversità economiche” ma ci vorrà “tenacia e immaginazione”.

                                                                                                 Massimo Mercanti

                                                                                                           

 

 

 

 

Il diavolo veste Cetona ...

 

 

E così nello sfarzo di un allestimento senza precedenti, molti cetonesi insieme ai tanti Vip giunti per l’occasione a Cetona, hanno salutato il 2009 nella speranza che il fascino di un paese, che sa offrirsi nelle sue varie misure, sia di buon auspicio dopo un anno fitto di turbolenze economiche. Li avevamo visti riuniti nella tre giorni della Sagra dell’Olio in un clima esilarante e godereccio abbuffarsi dei prodotti tipici che questa terra di confine ogni volta propone ai palati più raffinati. Eccoli di nuovo riuniti tutti insieme in uno straordinario affresco che solo l’estro dei “maestri culinari” del luogo ha potuto sapientemente “dosare” mettendoli insieme intorno a una tavola che nella sua valenza simbolica supera di gran lunga il contesto socioculturale di “crisi” in cui è profondamente intriso questo scorcio di nuovo anno.

Forse è stato il tentativo di recuperare un’identità morale rassicurante in una piazza di paese dove giunge ovattato e dissimulato lo sgretolamento di ruoli e convenzioni sociali di una storia recente, il disallineamento ormai cronico del presente. Sta di fatto che gia nelle ore precedenti l’evento, sulla piazza del paese i cetonesi si sono avvicendati negli svariati ruoli pronti a mettere da parte le polemiche e i pettegolezzi per dimostrare a se stessi e ai convenuti che per guadagnarsi uno spazio tra le principali “capitali” della mondanità come Cortina e per essere i protagonisti di unArtico tratto da DIVA DONNA n°51/52 Supplemento speciale luogo dove trascorrono le vacanze molti personaggi del jet set, occorre smettere i panni del peggiore provincialismo e lasciarsi trasportare dalla creatività e dalla professionalità. Ecco che allora l’aver apparecchiato bene la tavola non è stato solo un fatto di galateo ma una sfida a chi ha potuto pensare di non poter ritrovare in una piazza di paese un accogliente clima salottiero dei migliori. A chi ha pensato di non trovare una tovaglia di lino o di cotone a tinta unita adatta per il genere di ricevimento elegante in accordo con i piatti. Una risposta a chi maliziosamente ha lo sguardo giusto per notare la scelta delle composizioni del centrotavola rigorosamente basse e poco ingombranti per non ostacolare i movimenti e non impedire la vista ai commensali. A chi ironicamente poteva immaginare di non sapersi avvicendare nel comportamento tra il momento di una Sagra e il tempo di una cena in grande stile. In pratica quando il tovagliolo va tenuto sulle ginocchia e non legato al collo.

Forse è così che si riscoprono le “eccellenze” non solo culinarie, ma attraverso l’atto di mettersi a tavola per un rito consacrale tutto diventa qualcosa di estremamente articolato, quasi uno “specchio” magico in grado di riflettere la vita dell’uomo, la sua cultura, la sua psicologia, i rapporti che egli intrattiene con se stesso e con gli altri. Questo e molto altro ancora è stato il cenone di fine anno a Cetona illuminato da lassù in alto dalla sua Rocca..

                                                                               Massimo Mercanti

 

 

 

     Archivio articoli anno 2008