C’è un’altra Storia tutta
Italiana che non va in onda nei principali mezzi di
comunicazione televisivi. E’ una Storia così speciale che non ha
bisogno di essere raccontata nei messaggi pubblicitari firmati
da illustri registi: quella delle tante persone che ritrovano il
gusto di mangiare sedendosi a tavola nelle osterie, trattorie,
ristoranti di piccoli paesi come quello di Cetona.
Soprattutto durante la Festa dell’Olio extravergine di oliva.
Una Storia che affascina perché
legata alle tradizioni, alla consuetudine di un modo di vita che
fa fatica a trovare la sua modernità. Per conoscerla basta
dismettere per un attimo le abitudini del vivere in città e
addentrarsi nel territorio della nostra campagna senese alla
scoperta dell’Osteria ricavata nell’antica Torre medievale, la
Vecchia Osteria incastonata nel borgo, la rustica Trattoria
nella corte di un podere di campagna, il caratteristico
ristorante allestito nelle stanze di un vecchio Frantoio o in
luoghi più severi come gli ex Conventi del 1500.
Nonostante alcune parti siano
mutate è l’autenticità del posto a certificare con le sue mura
antiche un luogo e un tempo trascorso ma che sapientemente si
intreccia con il presente fin dal momento in cui ti siedi a
tavola e avverti l’aroma delle spezie e della farina, l’ardere
della legna nel focolare, il profumo di arrosto sulla brace.
Ecco che allora scorrendo il menù e la Carta degli Oli
proposti dall’Oste, improvvisamente ti assenti dalla realtà di
commensale per tuffarti in un passato fatto di immagini,
sensazioni, brusii di un dialetto incomprensibile.
Una sequenza temporale ti narra
eventi avvenuti precedentemente con scorci di un quotidiano
fatto di uomini e donne che arrancano lungo selciati impervi e
polverosi che salgono verso le colline degli oliveti. Un lento
incedere con i buoi aggiogati, il frusciare degli abiti con i
cesti di vimini, il battere del legno delle scale sulla scorsa
degli olivi secolari. E’ l’immagine focalizzata della raccolta
delle olive in una stagione tanto fredda da gelare le mani che
scompaiono tra le fronde per la “brucatura” del prezioso
frutto. Le urla dei bambini che riecheggiano ai piedi di una
pianta alla ricerca in mezzo all’erba della “cascola”.
L’ondeggiante ritorno a casa con la soma ricolma del pregiato
prodotto. E così quando nel variare delle sequenze temporali
scorgi l’ampolla dell’olio di oliva sul tavolo, la storia
continua a narrarti il ricordo di quei pomeriggi dove nell’aria
si propagava l’odore acre della “spremitura”. Il rumore
sordo nell’inesorabile giro delle ruote di pietra nel frantoio.
La premurosa mamma che preparava la merenda al figlio con “pane
e olio” per ripetersi di lì a poco nella cena tutta a base
di “olio novo” attinto dallo ziro di terracotta.
E così tra la bruschetta di pane
intrisa di aglio, una minestra di farro, un cavolo con verza, un
piatto di ceci o fagioli, tutto era ed è occasione per
amalgamare e impreziosire i piatti con l’olio di questa terra
intrecciato con le piccole scene di vita quotidiana che hanno
scandito le stagioni di una comunità e che adesso sui tavoli del
buon mangiare tornano di nuovo per farsi presente e passato come
in un celebre spot pubblicitario dove il “cielo è sempre più
blu…”